Si va a camminare. Per un po'.

Ci si vede al ritorno. Statemi bene e buon primo maggio.
Si va a camminare. Per un po'.

Ci si vede al ritorno. Statemi bene e buon primo maggio.
Torniamo Durruti e io, che siamo animali ottocenteschi, dal corteo del 25 aprile. Nemmeno ci siamo tolti, non dico le scarpe, ma il fazzoletto rosso e nero… quello che una ragazza, carina tra l’altro, mi fa: il cane porta quel fazzoletto perché è anarchico vero, mica milanista?... nemmeno ci siamo tolti il fazzoletto, dicevo, che Leonida mi assale.
-Dì papà, vieni un po’ a vedere il tuo telegiornale preferito…
Vero. Sono le sette e un quarto, il TG3 è nel pieno del suo svolgersi.
Mi avvicino alla Tv: c’è uno speciale sulla fiera del libro per l’infanzia di Bologna… in un servizio di merda, in cui quell’icona surgelata della Berlinguerra ci informa che i ragazzi leggono fino ai 17 anni e poi smettono per riprendere dopo i trenta… e meno male dico io, che tra i diciassette anni e i trenta i ragazzetti magari ci hanno da vivere che perdere tempo invece con chi la vita vorrebbe raccontargliela; dopo, dopo c’è tutto il tempo per guardarla la vita, mentre accade, che quando hai i trenta anni magari devi cominciare pure a lavorare(se sei fortunato) altro che vivere!, e allora la guardi dal traverso di libri vivi come le spigole della esselunga; ma prima c’è da fare un sacco di scoperte che se ti accontenti o perdi tempo con quelle dentro i libri poi resti convinto che la vita sia lì dentro, dentro i libri e non tutto intorno… e allora finisce che poi lavori in università o ti metti a fare fumetti prima scrivendoli e poi disegnandoli*, mentre che la vita è quello che accade mentre tu perdi il tuo tempo a leggere… insomma: in quel servizio di merda, dopo le immagini di libri su principesseputtane e castelli di Barbie ci incollano qualche immagine del booktrailer dell’ultimo libro di Fabian Negrin.
Diopporco!, sbotto. Ma quella è la rapina da 4 soldi…
-Sì, papà, è il libro del fratello del tuo amico, quello che c’è sul computer, nel posto dove spara l’inchiostro… ma di che rapina parla? E’ anche lui uno che rompe sempre con Jules Bonnot?
-Nooo…. Quella rapina lì mi sa che la fanno i soldi stessi… li hai mai visti tu i soldi rapinarsi?
-Deve essere divertente, lo prendiamo da leggere?
-Domani andiamo a segnarlo tra i desiderata in biblioteca, poi tutti i giorni, quando usciamo da scuola andiamo a chiederglielo, finchè si rompono e lo comprano…
-Vabbene, dai, mi piace.
*Mi dice Kevin Huizenga, che a differenza di voi è autore di fumetti, non mi ricordo dove me lo diceva che ero troppo inbenzinato per prendere nota del luogo e del titolo, ma mi diceva spiegandomi del proprio lavoro:fare fumetti è
thinking – inking
e pensa te! che invece qui c’è gente che prima scrive e poi disegna, e in tanti casi non sono nemmeno la stessa persona… questi credono di fare fumetto e devono essere almeno in due se non in tre: che uno ci ha l’idea uno la sceneggia e l’altro la disegna… credono di stare a Hollywood, e nel migliore dei casi illustrano sempre la stessa storia. E credono ce la si abbia con loro. E’ vero. Io si. Io ce l’ho con voi. Che le vostre storie mi seccano i coglioni.
Che se il fumetto italico è questa roba di mezzo tra lo scrivere e il disegnare, tra Tex e una storiella di Carlotto illustrata, è tutta colpa vostra.
Buona notte.

-All this riot and uproar V... is this Anarchy? Il this the land of do-as-you-please?
-No. This is only the land of take-what-you-want. Anarchy means "without leaders"; not "without order". With Anarchy comes an age of ordnung, of true order, which is to say voluntary order. This age of ordnung will begin when the mad and inchoerent cycle of verwirrung that these bulletins reveal has run its course. This is not Anarchy, Eve. This is chaos.
da V for Vendetta


La mia testa funziona male. Pensavo, una volta, di avercelo raffinato e pur bello il cerebro. Ma no. Non mi funziona mica. Prendete per esempio il nome del protagonista di un romanzo, uno qualsiasi… mica è uno scherzo, quel nome. No. Te lo dovrai ricordare per un pezzo, per tutta la cartacea durata della tua lettura di quel romanzo. Io no, non mi riesco a ricordare un cazzo di nome che sia uno. Devo prendere il taccuino e segnarmelo, e segnarmi quello che ha fatto e chi è e che vuole da io… e spesso mi viene fuori una cosa più bella (mica lo dico per vantarmi, che tanto è risaputo che sono di duro intelletto) e più breve – che ammetterete per esempio nel caso di Manituana è una bella comodità - dell’ originale. Molte volte poi mi chiedo come abbia potuto, l’autore, scegliere un nome tanto scemo: che il novanta percento dei nomi dei personaggi dei romanzi degli autori italiani sono nomi scemi, che io non ho mai conosciuto nessuno – e ne ho conosciuta di gente- che si chiamasse, per esempio Lapo o Kira o Giuditta.
Comunque.
Mica c’è solo il nome, diocane! C’è un’altra cosa che io riesco mai a tenere a mente. E anche lì devo prendere appunti. L'aspetto del protagonista e anche quello del deuteragonista e delle loro amanti tutte. Di solito, mi hanno spiegato autori navigati, quando devono descrivere un aspetto si rifanno a quello di una/o qualche loro amica/o carissima/o e amata/o. Evvabbè, mi dico io. Mettici allora una cazzo di foto nei risvoltini di sovracoperta del tuo romanzo, così faccio meno fatica a ricordarmi la strafottutissima faccia del tuo personaggio, che per come me la descrivi tu, potrebbe essere ogni cinque minuti diversa. Ma fosse solo quello, sarebbe ancora facile. C’è un’altra cosa che complica in modo irrisolvibile la mia capacità di ricordarmi qualcosa quando leggo un romanzo italiano di autori anche bravi come, chessò, Genna, Carlotto, Barbato: l'interno. Il dentro, quello del personaggio, sia pro che deutero che anta ma sempre gonista. Roba sua, dice l’autore, l’ interno del personaggio. Sua dell'autore. Tutta farina del suo sacco.
Adesso. Io sono un tipo tardonetto, ma quando l’autore blasonato mi parla dell’interno del suo personaggio, mi viene in mente la pajata. Allora porto il vino e apparecchio la tavola. Ma poi scopro che non avevo capito un cazzo, sai che novità!… e che il dentro del personaggio è il suo spessore psicologico. Che insomma: il dentro del personaggio viene esclusivamente dal dentro dell’autore.
Psicopatologia che partorisce psicopatologia.
Vedete che strano. Quando si parla dell’interno del personaggio di un romanzo l’autore pensa alla sua struttura psichica, ma siccome è lui a doverla costruire a me, che di solito sono un lettore, viene da pensare alla merda.
Il che, detto francamente, è un discutibile segno della salute della narrativa di lingua italiana.
Lo so, bimba mia, che non ha senso leggere i fatti dei secoli trascorsi alla luce della nostra lanterna, alimentata con l’olio delle nostre passioni e illusioni e sconfitte e speranze. Lo so.
Non raccontano le scarse cronache dell’epoca che la vittoria di Luchino fu dovuta in massima parte a un comandante di ventura e ai suoi uomini. Un certo Vione Squilletti. Non raccontano nemmeno, sempre quelle scarse cronache, che Luchino era una personalità alquanto disturbata, una specie di protoparanoide che ovunque vedeva congiure. Quando Azzone morì e lui divenne signore di Milano, si convinse in fretta e probabilmente non a torto– e la simpatia che Vione suscitava tra la gente del popolo dovette contare molto in questo convincersi- che sua moglie , la bellissima Isabella Fieschi accogliesse nel letto (come poi era vero)– mentre lui era in giro preso dalla sua foga di costruttore di castelli- il comandante Vione e che i due stessero tramando contro di lui. Così, fece cacciare Vione da Milano. Ma lo Squilletti non era tipo da accettare di buon grado simile trattamento e di andarsene zitto zitto. Insieme alla sua sgherraglia cominciò a scorribandare per le campagne tra Milano e Vigevano. Arrivando a controllare il traffico del latte e della panna verso la città. Persino bloccandolo.
C’è un osteria adesso lì proprio, così dicono, sul luogo dove fu ucciso lo Squilletti.
Capitaste a Milano, merita andarci.