mercoledì, 30 maggio 2007
Io sono tardonetto. Tardonetto forte, e non lo sapevo. Credevo che Herriman se la fosse inventata. E questo mi era fondamentale per decifrare la sua poetica. Invece. Leggevo per lavoro oggi un testo sulle Arenarie e sui Peliti cretacico-eocenici e scopro che la contea di Coconino esiste per davvero.
Laggiù nell'Arizona.
Cazzo! Adesso mi tocca di rivedere le mie teorie.

borisbattaglia alle ore
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L’altra sera a casa di P., tra una bottiglia di Roscetto e una di Grenache Noir di Orano, G. mi spiega una cosa che io capisco, e se l’ho capita male chiedo scusa, più o meno così: Gadda non termina il Pasticciaccio perché Ingravallo non è in grado di risolvere il caso, non sa e non riesce a concludere l’inchiesta. E non viceversa, come io credevo, che lo ammetto è cosa ovvia e banale.
Merda!
E me la dice così questa cosa, bevendosi un bicchiere, con tutte le implicazioni che ha?
Mi tocca buttare in pattumiera la quinta lezione americana, quella dove Calvino parla della molteplicità. Intendiamoci, lo faccio MOLTO volentieri. Le considero, le lezioni americane, un libro letterario e sopravvalutato. Ma quello che Calvino diceva su Gadda ( pp. 103 – 106) mi sembravano banalità, certo, però anche punti fermi. Invece. Adesso lo vado a rileggere. Diceva Calvino che per tutta la vita l’Ingegnere cercò, a causa della sua necessità conoscitiva, di rappresentare nella sua opera – i romanzi in particolare- l’inestricabile garbuglio della realtà. Non riusciva a districarlo il garbuglio così da potersi dire che “tutti i suoi romanzi siano rimasti allo stato d’opere incompiute o di frammenti, come rovine d’ambiziosi progetti, che conservano i segni dello sfarzo e della cura meticolosa con cui furono concepite” (p.104). Ma perché secondo Calvino Gadda non ne veniva a capo di quel garbuglio? In fondo era un ingegnere e delle strutture doveva capirci pur qualcosa. Perché, risponde Calvino, prima che ingegnere Gadda era un nevrotico e nella sua scrittura le sue angosce e le sue ossessioni affastellavano dettagli fino a nascondere e a far sparire il quadro generale. L’ossessione enciclopedica lo portava al fallimento strutturale. Pur facendogli fare grande letteratura.
Boh! Mi sembrava quasi convincente questa cosa. Poi, adesso, G. mi instilla il dubbio che invece all’Ingegnere di districare il garbuglio della vita non gliene fottesse un cazzo, e che gli importasse semmai di raccontarlo il garbuglio. Di raccontarlo nel modo più aderente che gli era possibile, cioè con la finzione interrotta. Io, dice Gadda, seguo Ingravallo fin dove Ingravallo arriva, mica posso mettergliela in mano io la soluzione del caso, sono solo un cronista, un grande e irraggiungibile cronista, ma non posso inventarmi la realtà. La vita, in fondo, mica sono i romanzi di Agata Christie o i telefilm del Dottor House o i fumetti di Berardi. La vita non è un progetto in cui tutto si tiene. Nella vita non c’è un disegno superiore a cui attenersi, non ci sono causalità, se non casuali.
Emblematico il finale della seconda parte della sua opera più ambiziosa e più incompiuta, la Cognizione del Dolore, con la vita – intesa da Gadda che ne capiva eccome, non antropocentricamente- che si risveglia anche quella mattina, dopo la tragica notte di dolore, indifferente alle -e inconsapevole delle- vicende degli uomini.
Perché il problema, sia pace per gli enciclopedici teologi calvinisti, non è interpretare la realtà attraverso il romanzo, il problema è che la realtà, che può farne benissimo a meno, se lo mangia il romanzo. La fame di Gadda non era fame letterario-interpretativa, era fame. Punto. Ci scrive infatti una splendida ricetta per il risotto alla milanese (raccolta ne Le Meraviglie d’Italia).
Beh, allora butto Calvino e riprendo Bonvi: quel gioiellino che è Gli incubi di provincia (Mondadori,1981), e mi rileggo la prima storia con i personaggi che si ribellano all’autore, con Capitan Posapiano che spiega al fumettaro come sia impossibile lasciarlo libero di disporre a suo piacere delle loro esistenze. Perché vedete - mi tocca fatica ammetterlo- ma ha ragione Luigi Bernardi (in uno – pp.125-133 degli unici due interventi sensati del volumone dedicato a Magnus… l’altro ovviamente, va da sé, è quello di Sparid’inchiostro pp.73-81) quando dice che “si scrive per onorare le storie che si ha intenzione di raccontare, per stare insieme ai personaggi che le vivono, per camminare insieme a loro nei posti dove si trovano”. Per andare insieme a loro dove stanno andando. E se non stanno andando da nessuna parte, come Ingravallo, pazienza.
Gli altri, quelli che vogliono inventarsi la realtà, portarla loro dove deve andare affinché tutto si tenga, confondono vero e verità, imparano a memoria manuali come questo o come questo, invece di imparare a cucinare un risotto come si deve, e ci ammorbano con le loro storie da un tanto al kilo. Dimenticandosi che, come ci insegnava sempre Bonvi in quel libro indispensabile, nella vita oltre ad altezza larghezza e profondità, ci sono due dimensioni che sfuggono al controllo: la seeza e la quasità.
Raccontarle sanno farlo solo quelli grandi.
borisbattaglia alle ore
22:36 |
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“Noi non sentiamo amore per tutti. Per noi l’odio ha senso e valore, è un dovere”
Piergiorgio Bellocchio
Io vivo in una continua sanguinosa contraddizione. No! Adesso non cominciate. Ci entrano sega, nelle mie menate, certi scrittorucoli da infanzie coagulate. Porco il vostro dio!,e pure quello di tutti gli altri: io odio con tutte le mie inesauste forze questo sistema nel quale vivo; lo odio – di un odio sincero e disinteressato- tanto che vorrei vederlo saltare per aria sotto l’attacco simultaneo di tutti i paria del mondo.
Lo odio al punto che ierisera di quello che avrebbe fatto il Milan ad Atene non me ne fotteva un cazzo, ma la mia sanguinosa contraddizione è che stamattina ho comprato la Gazzetta.
E sta in quel comprare il segno della mia sconfitta.
Lo odio al punto che quando vedo crollare le torri di controllo quasi esulterei, e se non esulto è perché so che non è il segnale della palingenesi, che dal loro crollo a tutti gli sfruttati del mondo ne verrà, al limite, un romanzo di Jonathan Safran Foer ovvero un fumetto di Art Spiegelman. E la mia sanguinosa contraddizione è che li comprerò entrambi.
E nel comprarli è il segno della mia sconfitta.
Odio.
Odio i preti e le suore.
Odio la proprietà.
Odio i fascisti e i liberisti e i liberali e i democratici e i ciellini.
Odio il lavoro.
Odio i film di Nanni Moretti.
Odio i romanzi, tutti i romanzi.
Odio chi li scrive.
Odio le poesie e più di tutti odio i poeti.
Odio i notai, e subito dopo gli avvocati.
Odio gli esperti di marketing e i pubblicitari che scrivono libri sulla televisione.
Odio i santoni apocalittici che a quei libri scrivono introduzioni.
Odio la televisione, chi ci lavora e chi ci compare.
Odio chi prima scrive e poi disegna i fumetti.
Odio Tex Willer e Lupo Alberto.
Anche Diabolik mi sta sul cazzo egregiamente.
Odio i giornalisti, tutti i giornalisti, anche Robecchi.
Odio Geronimo Stilton e Scoobydoo.
Odio le automobili, tutte.
Odio le sigarette con il filtro.
Odio la birra senza alcool.
Odio le cicche senza zucchero.
Odio tutte queste cose, e ogni santo giorno me le trovo d’intorno.
E nel non riuscire a spazzarle via sta il segno della mia sconfitta.
Ho un solo intellettuale di riferimento, che dal 1985 non scrive più una riga: Piergiorgio Bellocchio.
La mia sanguinosa contraddizione è che pago il biglietto per vedere i film del fratello Marco, o addirittura, a mia maggiore vergogna, del suo omonimo nipotino.
Pagare è il segno della mia sconfitta invincibile.

Il denaro, come dio, non esiste.
Non è mica un caso che sui dollari ci sia stampigliato in god we trust.
Il denaro non è niente, un concetto senza referenza, un fenomeno psicologico, un atto di fede.
Un po’ come il dio dei cristiani che diventa (chiamatela, ‘sta baggianata, consustanziazione o transustanziazione) un pezzo di pane: ostia, così il dio denaro diventa (chiamatela, sta cosa che ci ha fottuti per sempre, valore simbolico) un pezzo di metallo o di carta: moneta.
Sono quattro monete. Da due euro, da un euro, da cinquanta centesimi e da venti. Tre euro e settanta in totale. Quattro soldi. E non si bastano. E’ ridicolo certo, che i soldi abbiano bisogno di altri soldi: se il denaro non è niente come si può avere bisogno di sempre più nulla? Ma è una verità fondamentale. Perché il denaro, oltre a non esistere, porta con se un problema (quello che ci arreca il danno più grave e che ci distruggerà perché viola il secondo principio della termodinamica): ha come unico metro di valore la quantità.
Sempre di più.
Come possono dei soldi trovare altri soldi? Forse elemosinando, come piacerebbe a Una. Oppure andando a fare una rapina in banca, che lì ce n’è sicuro una quantità enorme.
Adesso vi racconto un aneddoto che mi piace molto.
Siamo a Barcellona. Al caffè La Tranquilidad, sull’angolo tra l’Avenida del Paralelo e la calle Conde de l’Asalto. Un gruppo di anarchici discute animatamente a un tavolo. Tra gli altri si riconosce Durruti. A un certo punto un mendicante si avvicina e li interrompe per chiedere degli spiccioli. Durruti estrae dalla tasca della giacca una pistola, la mette in mano al mendicante e gli dice “Prendi questa! I soldi vai a chiederli in banca”.
No, non spaventatevi. Non voglio dire che “Una rapina da 4 soldi” è una pistola messa in pugno ai suoi giovani lettori. E’ qualcosa di più pericoloso e di più bello. E’ una verità suggerita ai loro occhi dai disegni e dalle parole di Fabian Negrin, perché arrivi nelle loro teste.
Una verità che potrebbe cambiare il mondo.
Cioè che la storia dell’umanità NON E’ un’inevitabile cammino verso forme sempre più invasive di mercato, che l’attuale trionfo del denaro NON E’ dato per natura. Credere che l’uomo sia naturalmente economico è ciò cui ci vuole portare l’ottuso determinismo di preti, di docenti d’economia e di McDonald. Spacciatori di merda.
Per trentamila anni l’uomo ha fatto a meno del denaro, di una cosa che non esiste, per regolare le proprie relazioni sociali. E basta oggi il gesto di un bambino a dimostrarne l’insussistenza. Un bambino che raccatta le quattro monete e le trasforma in un dono disinteressato: un gelato per una bambina.
Questo gesto rompe l’ingranaggio monetario più di una crisi finanziaria.
Sono quattro monete. Da due euro, da un euro, da cinquanta centesimi e da venti. Tre euro e settanta in totale. Quattro soldi. Ma il bambino che le trova alla fine della rapina esclama: tre euro e sessanta. Vedete. I conti non tornano. Non ci si può fidare dei soldi. Del gelato si.
E dove sono finiti i dieci centesimi che mancano?
Sulla copertina. Ad insegnarci l’unica rivoluzione possibile: non far tornare i conti.
State allegri và. Che se i giovani lettori capiscono questo, che un mondo senza mercato e senza denaro non solo è possibile, ma è stato praticato per migliaia di anni, non ci saranno più rapine. Ovvio, perché non ci saranno più banche.
Per intanto: Mani in alto! Questa è una rapina.
Bibliografia indispensabile
Fabian Negrin, Una rapina da 4 soldi, Orecchio Acerbo, 2007
J. Huizinga, La crisi della civiltà, Einaudi, 1974
V. Mathieu, Filosofia del denaro, Armando,1985
M. Fini, Il denaro sterco del demonio, Marsilio,1999
K. Schonberger (a cura di), La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica, DeriveApprodi, 2003
M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, 2002
"Un missionario va cucinato come si cucinano le carni coraggiose raccogliendo con cura il succo d'intrepidità e i fermenti di audacia suicidomane»
Filippo Tommaso Marinetti, Patriottismo insetticida, Mondadori, 1939

Si stava bene nell’isola, si viveva beati,
si cacciava e si pescava, tutto quel che vi cresceva
si prendeva e si mangiava, gnam, gnam.
Si stava bene nell’isola, si girava tutti nudi,
se una coppia si piaceva non appena si incontrava
dentro ai boschi si faceva zuk zuk.
E i bambini nascevano in grande quantità,
ma non figli di nessuno, no no, erano figli di comunità.
Poi un giorno nell’isola è arrivato uno strano,
dal colore un po’ malsano, una pelle sulla pelle
e lo sputafuoco in mano. Volle
parlare al capo dell’isola, parlò di forme civili,
ci guardò nei genitali e la vita da animali
(la ragion di tutti i mali) condannò.
Ci regalò le maglie, gli slip… ci fece lavorar,
ci parlò del guadagno e così imparammo a rubar.
Lo zuk zuk di nascosto e imparare il catechismo, Gesù,
e poi le parole nuove: ammazzare, fornicare,
guerra, razza, re, colore, Zulù.
«A ciascuno il suo posto» a ciascuno che cosa? - «Al nemico il perdono» - il nemico? -
Il cattivo il medio il buono, il padrone ed il villano,
il pagano ed il cristiano, la virtù.
Gli altri negri ci chiamavano “la tribù dei culi molli”
e qualcuno più inumano “i tabù del Vaticano”, no no no no no.
È una vita d’inferno, se ti muovi fai peccato;
col cervello rovinato, finalmente abbiam capito
che ci aveva abbindolato. Gesù disse:
“Sarà salvo solo chi il mio corpo avrà (amm) mangiato”
e noi gli abbiamo ubbidito: una sera, per divario,
ci mangiammo il missionario.
Se quel bianco elegante era buono così,
chissà quello ruspante che piattino da ricchì-cchì!
(testo e musica: Duilio Del Prete)
Duilio Del Prete (1968)
borisbattaglia alle ore
16:18 |
irreligione applicata |
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mercoledì, 16 maggio 2007
Diogene, dicevano i suoi concittadini vivesse come un cane, un cinico insomma, ma non faceva fumetti. Meglio per lui, in fondo.
Diogene diceva sempre quello che pensava.
Diogene viveva a Corinto e non faceva un cazzo da mane a sera.
Beato lui: se ne stava nel Craneo, disteso a prendere il sole, spesso ubriaco.
Non lo so perché Alessandro Magno fosse arrivato nei pressi di Corinto, se a voi vi interessa andate a chiederlo a Plutarco. Fatto sta che quando ci arrivò tutti i personaggi della politica e della cultura si fecero in quattro per essere ricevuti alla sua presenza. Solo a Diogene che Alessandro fosse lì non gliene importava niente e continuava a starsene sdraiato al sole a leggere fumetti che avevano fatto altri.
Allora Alessandro, che era curioso di sapere come facesse un uomo di cultura come Diogene ad essere indifferente al potere e agli onori, decise di andarlo a trovare. Con tutto il suo codazzo di cicisbei andò allora nel Craneo, gli si piazzò davanti e gli disse: “Diogene, io sono potente e famoso, tu sei un grande intellettuale, voglio fare qualcosa per te, che cosa posso fare?”
“Potresti” rispose Diogene infastidito “levarti dal sole, mi stai facendo ombra “.
Mia traduzione liberissima da Plutarco, Vita di Alessandro, 14, 2-5