


In un agile saggetto del 1927 l’economista di formazione marxiana Achille Loria salutava l’eugenetica con l’appellativo di scienza nuova (Una scienza nuova: l’eugenica, Edizioni del Pensiero Sanitario, 1927); anzi, sottolineava che l’eugenica sarebbe senza dubbio divenuta la “scienza della stessa società in embrione”. Igienisti e clinici fecero presto loro l’idea del Loria dell'eugenetica come di un ponte lanciato tra scienze sociali e scienze biologiche. Il bacino di confluenza (come sostenne l’avvocato – come si vede non furono solo i medici a intervenire nel dibattito eugenico-Vittorio Alfredo Russo nel suo Nuovi lineamenti di eugenica, Edizioni del Pensiero Sanitario, 1928 ) di tutte le scienze che avessero avuto come oggetto l’uomo. Insomma, concludeva il Russo, l'eugenica aveva tutte le carte per diventare una nuova dottrina totalitaria (op. cit. p. 12).
Beh. Lo sapete il totalitarismo all'epoca era di moda e nessuno si vergognava a chiamarlo con il suo nome. Ma non divaghiamo.
L'eugenetica venne interpretata come una dottrina totalitaria e trovò nel regime totalitario fascista il terreno adatto a svilupparsi; in una forma originale però, rispetto alla direzione che stava assumendo nei paesi anglosassoni.
Ho già detto della resistenza cattolica al tipo di eugenica qualitativa anglosassone.
Per l’autorevole voce di Marcello Boldrini gli scienziati cattolici invitavano, dalle pagine di Vita e Pensiero nel 1929 – anno cardine dal quale la voce della Chiesa diventerà imprescindibile per la politica italiana- alla cautela nella formulazione di programmi di eugenetica pratica. Nel marzo del 1931 poi il Santo Uffizio, facendo seguito alla Casti Connubii di Pio XI, prenderà apertamente posizione contraria nei confronti dell’eugenica: sic dicta eugenica, sive positiva sive negativa omnino improbandam et habendam pro falsa e damnata (Decretum de educatione sexualis et de eugenica, pubblicato sull’Osservatore Romano il 22 marzo 1931).
Oltretutto con il discorso dell’Ascensione (maggio 1927) Mussolini aveva lanciato la campagna demografica, cosa che entrava in netta collisione con le posizioni neo-malthusiane dell’eugenetica anglosassone.
Tutte queste contraddizioni non si risolsero però nell’abbandono da parte del fascismo delle idee eugenetiche, ma lo spinsero alla ricerca di una via originale, quantitativa -tanti e forti come volevano papa e duce- piuttosto che qualitativa; via che venne detta latina in contrasto a quella anglosassone.
Gli alfieri e gli artefici di questa via furono, come già detto, Corrado Gini e Nicola Pende.
Alla prossima vedremo nel dettaglio il loro pensiero.

Il regime fascista mostrò subito un chiaro interesse per l’eugenetica. Tanto che nel 1929 il Ministero per l’Educazione Nazionale patrocinò il Secondo Congresso di Genetica ed Eugenetica, e il sottosegretario Di Marzo, vi intervenne con un solenne discorso. L’interesse del regime per l’eugenetica nasceva da due precisi motivi.
Il primo fu, se si deve credere a De Felice, la sfiducia e il disprezzo di Mussolini per gli italiani, che con il tempo gli fecero realizzare “l’idea che per mutare gli italiani occorresse una sferzata bellica e, addirittura una loro trasformazione biologica” (Renzo De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi, p.467). L’eugenetica apparve come la “scienza” in grado di operare questa trasformazione biologica, e si spiegherebbe così la spinta e il credito che essa ricevette dal regime nel corso degli anni trenta.
Il secondo motivo, molto più razionale, fu che l’eugenica, soprattutto quella positiva che, come abbiamo visto, era uscita egemone nel dibattito degli anni venti e che Mario Barbara (curatore della voce Eugenica per l’Enciclopedia Italiana, vol. XIV, edizione del1932, p.560) ribattezzò eutenica per le sue affinità con l’igiene, tendeva al miglioramento biologico attraverso la bonifica ambientale e l’educazione/profilassi degli individui. Un tale programma si sposava perfettamente con la politica mussoliniana di incremento demografico, di ruralizzazione e di bonifica delle terre malariche, di formazione dell’uomo totale fascista, e ne forniva la giustificazione scientifica. Non ritengo troppo lontano dal vero affermare che il regime fascista cercò, interessandosi ai problemi igienico-eugenici, una copertura scientifica e sanitaria all’inconsistenza effettiva della propria politica corporativa.
Fu Nicola Pende a dare vita al tentativo più organico di collaborazione tra eugenetica e fascismo, con quella che egli chiamò “scienza dell’ortogenesi”, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto portare alla definitiva formazione di quell’uomo totale auspicato da Mussolini.
Nonostante quella italiana fosse un eugenica positiva, dalle teorie ortogeniche di Pende al Manifesto della razza il passaggio fu breve.
Ma andiamo con ordine.

Ecco.
Qual è la natura di questo coso che non so? Questo coso che chiamano blog. Soprattutto ha ancora senso, dopo più di tre anni, e – quel che più conta- ho ancora voglia di buttarci sopra tempo e intelligenza? Me lo chiedevo in questi giorni. Ripetutamente.
Forse perché avendo profittato, nelle scorse settimane, del brutto tempo, mi ero attardato a parlarne con i vecchi ubriaconi che sono solito frequentare quando, attraversato il Naviglio, mi perdo in estenuanti confronti intellettuali con i frequentatori delle mie adorate bettole della seconda cerchia. Così, nel buttare giù queste righe ho tenuto conto più di tutto quello che ci siamo detto, di tutto quello che ci siamo bevuto.
Cioè.
…a proposito: sapete voi, miei cari, chi fu l’inventore del cioeismo? No?!? Maccome. Lo avete eletto, il Manzoni, a pilastro fondante dello scrivere romanzi epici in italiano e non vi ricordate quella viottola polverosa lungo la quale scendeva Don Abbondio? Dai. Quando gli sgherri di Don Rodrigo gli si avvicinano e gli chiedono se è lui che l’indomani dovrà sposare il Tramaglino e la Mondella; e il pavido pretocchiolo, mentre gli sfinteri tutti gli si allentano, si ficca due dita nel colletto inamidato e bofonchia, a prendere tempo, un bel …cioe…
Tutta la nostra epica viene da qui.
Ma.
Non divaghiamo.
Che tenere al freno l’Ippoghigno non ha mica niente di epico. E’ normalissima e, a volte sospetto, inutile routine. Un impegno da travet non retribuito. Infatti. Ultimamente ho assistito a defezioni, silenzi, chiusure, fughe nell’accademia e nel misticismo. Tutte giustificatissime.
Allora.
Visto che il tempo si metteva al bello, decidevo di perderlo (il tempo) seduto al tavolaccio di quercia della casa in montagna e stavo pensando, mentre mi accendevo il solito Sunday Fantasy nella vecchia Savinelli Accademia, ma perché cazzo mai caro Boris ti ostini a scrivere le tue cose, così poco italianamente epiche, di cui non frega niente a nessuno –o quasi- su questo cazzo di spazio irrilevante?
Perché non trovi altri modi? Chessò una rivista, un libro o addirittura una nuova casa editrice.
Dai!
Lo so benissimo che questa irrilevanza è il prezzo della libertà e della verità.
Me ne sono sempre fatto una bandiera.
C’è forse qualche altro luogo dove, con sistematicità e organicità (si lo so, io non sono molto organico e ancor meno sistematico, ma è solo un problema mio, che lo strumento lo permetterebbe eccome), io possa esprimere – senza nulla dovere a nessuno – il risultato delle mie riflessioni e delle mie ricerche in qualsiasi momento mi aggradi?
No.
Allora la questione è: allo stato attuale degli epici stravolgimenti della mia vita ho ancora voglia di parlare QUI di una roba da poco come il fumetto?
Si.
Ne ho ancora voglia perché al di là di tutte le meschinerie che ne caratterizzano l’ambiente , il fumetto è la scrittura più libera e potente che ci sia in giro.
Sia pure da questo insulso e diroccato avamposto io, Boris Battaglia , condurrò –come un antico Ras abissino, la più feroce ed epica delle offensive.
Adesso però torno a vedere la partita.

L’altra sera.
Rientro a casa alla solita ora, dopo il lavoro schifo.
Leonida finisce quella che lui chiama la sua vacanza applicata – quella del centro estivo che distingue dalla vacanza pura: quella del viaggio fancazzista con la sua mamma me e Durruti- un’ora prima di me. Lo trovo sdraiato, in mezzo alla sala (con Avril Lavigne a palla), tra una distesa disordinata di giornaletti. Sta leggendo. Ha svuotato il sacco dei fumetti da portare in montagna per accendere il camino.
-Li hai letti tutti?- gli chiedo.
-Si. Sai, questo Volto Nascosto è proprio forte… beh, questi no… (mi indica i numeri 7 e 8) questi proprio non mi interessano… questi invece (mi indica i numeri 6 e 9) sono proprio belli… raccontano una storia vera… vero?-
Direte.
Va bene. Hai cambiato idea su Volto Nascosto, te l’ha fatta cambiare tuo figlio, ma a noi che ce ne frega.
Cosa ve ne freghi non lo so. E vi assicuro: mi interessa solo se avete idee per integrare o smontare puntualmente e appropriatamente quanto vado dicendo. Non ho cambiato idea su Volto Nascosto. Considero Gianfranco Manfredi un bravo narratore, un buon autore di romanzi d’appendice, uno che conosce gli schemi e ci adatta le sue storie. Ma che di fumetto non sa niente e non lo sa fare.
In questo senso la sua è un’opera paradigmatica. Il traguardo di un discorso che comincia da lontano, dagli anni quaranta del secolo scorso. E’ per questo che dobbiamo partire da qui. Non è per nessun altro motivo che mi ostino a parlare dei prodotti Bonelli se non per il peso che l’idea veicolata da questo editore ha avuto sul concetto di fumetto che è andato formandosi in Italia, talmente pervasiva che persino in Hdemia, da Eco a Spinazzola, sembra non essercene altra.
Perdonatemi. Probabilmente neppure questa volta riusciremo, non dico a tornare al Capitano Haddock, ma neppure ad arrivare al libro di Larcenet (state tranquilli, non è Le Combat Ordinaire) da cui avremmo dovuto spiccare il volo.
Ma.
C’è bisogno di sgombrare il campo da ogni fraintendimento.
Io non ho mai detto che il fumetto è o debba essere arte. Questo è un pregiudizio che lascio a chi il fumetto lo fa secondo i paradigmi di cui dicevo prima (per fare un esempio: l’avete letta l’introduzione di Tito Faraci a quella raccolta di insensatezze che è Dizionoir del fumetto?). Ora. Perché si è formato questo pregiudizio? Per capirlo è fondamentale, e qui spiego a Bob Bazzecola la mia ossessione per questa cosa, definire se il fumetto in Italia fu originariamente popolare o borghese.
A mio avviso nacque borghese e a un certo punto, cioè nel momento in cui compare Ken Parker, si sviluppa questo pregiudizio. Mi spiego. Berardi nel momento che fa Ken Parker sa di stare cambiando le coordinate con cui il fumetto sarà considerato. Lui ragiona e scrive a fumetti, ma lo fa all’interno della struttura che Bonelli aveva sclerotizzato su Tex. Questo ibrido che non è più Tex ma non è neppure il fumetto popolare americano deve trovare un riconoscimento. E' una necessità borghese. Allora. Si tira in ballo la letteratura. Ma trasformando Ken Parker in una sovrastruttura letteraria si uccide l’esperimento dando il via ai deliri artisticoletterari di Berardi che passando per le pagine di Orient Express arriveranno alle costruzioni telefilmiche di Julia.
La cosa assume un aspetto esemplare con Dylan Dog. Sclavi è uno che ragiona e scrive a fumetti, ma che ha un complesso di inferiorità patologico nei confronti della letteratura. Così con la scusa del postmoderno si vuole convincere, facendo Dylan Dog, di fare almeno un palliativo dell’arte. Scrive anche romanzi (lo ha sempre fatto) che fanno cagare e che nessuno legge e per questo si deprime. Gli viene il blocco e passa la mano ad altri: che lo scrivano loro Dylan Dog. Questi altri – Chiaverotti prima e Medda e Barbato poi – riconducono Dylan nella gabbia strutturale del fumetto Bonelli.
Dicevo.
Volto Nascosto è paradigmatico di questo.
Gianfranco Manfredi è uno scrittore. Prestato al fumetto. I numeri migliori della sua nuova fatica sono quelli dove si limita a raccontare, con tavole che ricordano la storia d'Italia a fumetti di Biagi, fatti storici (Macallè e Adua) . Quelli leggibili a fatica sono quelli in cui sviluppa la storia dei personaggi originali. Perché non è una storia pensata a fumetti.
C’è nel numero 8(la strada per Adua) un momento sintomatico e molto onesto.
Un pittore, certo Aurelio Montaldo, si sta recando, con lo stesso piroscafo del protagonista, in Etiopia per realizzare dei disegni del fronte che permettano a re Umberto di cogliere la natura della battaglia.
C’è una situazione simile, in un libro di Larcenet… occazzo!
Ci siamo arrivati.
Allora adesso basta.
Riprendiamo alla prossima

















