venerdì, 26 settembre 2008
Da ieri sono un po’ depresso.
Perché c’è una cosa di me che non capisco. E credevo di conoscermi bene, porcocazzo!
Ben tre persone diversissime che, in modo differente e per differenti motivi, stimo (uuh non esageriamo) e leggo, mi dicono questa cosa.
Per inciso. Loro mi parlano d'altro e non credo che nelle loro intenzioni ci fosse di dirmi quello che io ho capito.
Ma questo è quello che arriva a me. E mi fa incazzare.
Due punti e a capo.
Se hai un dovere, questo comporta compromessi e mediazioni.
Il diavoletto sulla mia spalla mi suggerisce: quindi se ti vanti di non fare compromessi e mediazioni non hai doveri.
Cioè. Nessuno ti ha mai chiesto di fare un cazzo.
Caro Boris. Il problema è che è vero. E che, di conseguenza, non finisce qui.
Perchè (questo me lo dico da solo) se non hai cose da fare tue, quando parli con il tuo radicalismo di quelle cose che fanno gli altri, beh, probabilmente lo fai con un bel carico di invidia.
Il problema è che potrebbe essere vero. Non lo è. Ma potrebbe.
Ogni volta che scrivo un rigo, che dico quello che penso di un'idea o di un comportamento, ho il dubbio: e se lo stessi facendo per invidia?
E nonostante questo non riesco a moderare le mie parole, anzi, ci provo gusto.
Quindi.
Ci ho riflettuto su per due giorni.
Che le mie parole, l’unica cosa di cui sono veramente responsabile (oltre ai debiti, ma quella è un'altra storia), possano essere gravate da questo sospetto che ho di me stesso... e se ce l'ho io figurati gli altri!; ecco, questa cosa non vale il gioco.
Quindi Boris se ne va.
E’ stato divertente.
Ma come per tutti i giochi anche per questo è ora di basta.
Si è rotto qualcosa che non si può aggiustare.
Mi era già successo. So come ci si lecca le ferite.
Non cercatemi.
Vado.
Ciao.
borisbattaglia alle ore
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martedì, 23 settembre 2008
Breve storia del razzismo italiano. 2
I padri fondatori: Giuseppe Sergi.

Giuseppe Sergi (1841-1936), antropologo e fondatore, nel 1883 della Società romana di antropologia, fu l’altro padre ufficiale del razzismo italiano. In una serie di studi pubblicati dall’editore Bocca di Torino tra il 1904 e il 1911, di cui vi risparmio il pietoso elenco, Sergi tentò –tra mille contraddizioni- la classificazione dei generi umani. Identificò, con scientifica fantasia, tre grandi gruppi nei quali si raccoglierebbero tutte le varietà razziali: l’ homo eurafricanus, l’homo asiaticus e l’homo americanus. Poi dopo la lettura di un mal compreso Darwin,Sergi cadde in pieno delirio poligenico - convinto cioè che queste tre principali varietà umane dovessero la loro origine a primati differenti -, e sostenne conseguentemente “la superiorità delle stirpi che abitano l’Europa, e che in genere si distinguono col carattere distintivo di uomo bianco in ogni gradazione”.
Pensa un po’!
Il Sergi però doveva essere un po’ distratto. Solo a questo punto si accorse di avere inizialmente classificato sotto il medesimo genere di homo eurafricanus sia gli europei che gli abitanti del continente africano. Il povero antropologo razzista si vide quindi costretto a correggere la sua teoria. Operò una netta divisione tra gli “eurafricani della varietà bruna e bionda” dai “negri d’Africa, quelli che comunemente sono ritenuti veri africani”.
–Per inciso le cazzate tra virgolette sono tutte parole sue-.
Ribattezzò questo secondo gruppo “afer niger” e sostenne che era “una divisione umana distinta” incapace di contribuire all’evoluzione sociale. L’altra, quella bianca, che Sergi collocava dal nord scandinavo al mediterraneo, sarebbe stata invece la “stirpe più diffusiva e più attiva, la più invaditrice, la più civilizzatrice, la più fine, la più umana…” .
La più umana! Ci sarebbe da riderne, se non fosse che queste idee le ritroveremo negli anni trenta sulla rivista Antieuropa di Roberto Suster, direttore anche della Agenzia Stefani (per chi non lo sapesse l’Ansa del regime fascista).
Suster nel 1930 era convinto che si stesse formando nel mondo “uno stato d’animo che supera la divisione particolare, creando una solidarietà di razza dipendente dal colore della pelle”; per spiegare ciò si rifaceva anche a Mantegazza, attualizzando la sua ipotesi dell’ineluttabilità dello scontro razziale, dovuto all’intimo contatto cui nei tempi attuali erano giunte le varie razze, e che si sarebbe concluso con la conseguente supremazia della razza bianca.
Una preoccupazione simile era sottesa anche alla politica demografica del regime. Mussolini aveva lanciato l’allarme che l’intera razza bianca avrebbe potuto “venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra”. I negri e i gialli sono alla porta? Si chiedeva il Duce e retoricamente si rispondeva che sì, erano alla porta, “e non soltanto per la loro fecondità, ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo”. Per impedire il decadimento della “razza bianca” era necessario, per Mussolini, incrementare la natalità (Benito Mussolini, Il numero come forza in Opera Omnia, La Fenice, 1958, vol. XXII pp.676-677).
Questo supposto decadimento delle razze caucasiche il capo del fascismo lo prendeva pari pari dalle idee del Sergi.
Ma lo vediamo alla prossima puntata. Che adesso sono stanco.
domenica, 21 settembre 2008
Prima di esaminare, come vi avevo promesso al capitolo cinque, nel dettaglio il pensiero di Nicola Pende, è opportuno fare un passo indietro di qualche decennio e affrontare da un'altra prospettiva la questione.
Breve storia del razzismo italiano.1
I padri fondatori: Paolo Mantegazza
La politica razziale fascista non fu, come è di moda affermare, semplicemente un tributo pagato all’alleanza con la Germania nazista. Vi è un preciso rapporto che intercorre tra la dottrina razzista teorizzata e applicata dal fascismo dal 1938 in poi e le teorie elaborate nell’ambito della scienza antropologica italiana almeno dal 1871. Coloro che si fecero sostenitori della politica razzista del regime si richiamarono infatti alle tradizioni teoriche e concettuali dei padri fondatori dell’antropologia italiana: Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi.
Guido Landra, assistente di antropologia all’Università di Roma nonché uno degli esponenti più “illustri” del razzismo fascista, quando nel 1939 stilerà con Giuseppe Cogni la Piccola bibliografia razziale(Ulpiano), non avrà remore a definire la bibliografia antropologica italiana ricchissima di utili notizie per lo studioso di “problemi razziali”.
Paolo Mantegazza fu medico e antropologo, deputato e senatore del Regno, fortunato scrittore di romanzetti a sfondo medico-antropologico oggi giustamente dimenticati ma di notevole successo nella seconda metà dell’ottocento; fondò a Firenze nel 1870 e resse fino alla sua morte (1910) la prima cattedra italiana di Antropologia.
Il 1870 può essere considerato, secondo me, l’anno di nascita del razzismo scientifico italiano.
Un certo confuso determinismo razziale era già presente nel Mantegazza negli anni cinquanta dell’ottocento, basti leggersi un libro come Fisiologia del piacere, che scrisse nel 1854. Dal 1870 però, il suo determinismo razziale perde ogni indefinitezza. L’esistenza delle razze diventa per lui un dato di fatto, al punto che le classifica in due grandi categorie: indefinitamente perfettibili e definitamene perfettibili. Quelle appartenenti a questa seconda categoria sarebbero, secondo il Mantegazza, razze inferiori assolutamente non in grado di perfezionarsi “per piccola intelligenza, per inerzia, per incapacità di assimilare idee altrui”. Neanche a dirlo, queste razze inferiori sarebbero tutte quelle non bianche.
Da queste premesse Mantegazza traeva, con rigore logico c’è da ammetterlo, la conclusione che le razze meno educabili sarebbero state destinate alla distruzione quando fossero venute a contatto con razze o popoli più “progrediti”. Sosteneva infatti che quando due razze di intelligenze troppo diverse venivano a trovarsi a contatto, la “razza inferiore” non accettava i benefici della civiltà, e li respingeva; così i suoi membri “non accettando la schiavitù, non possono nemmeno vivere in una specie di domesticità coi più forti, quindi questi occupano il terreno, e gli altri, sospinti, rinchiusi, finiscono per morire…”. Questa serie di cazzate e altri gioielli simili se avete voglia di misurarvici le trovate nella raccolta delle sue lezioni (Lezioni di antropologia. 1870 – 1910) pubblicate nel 1989 dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.
Agli inizi degli anni ottanta dell’ottocento l’Italia cominciò la sua avventura coloniale in Somalia.
Le idee di Mantegazza, che del colonialismo italiano furono corollario e giustificazione, si diffusero velocemente. E troveranno, come vedremo, il loro coronamento con tutta una serie di questioni eugeniche in quelle di Giuseppe Sergi e poi Nicola Pende.
Ma, lo abbiamo fatto fin'ora, continuiamo ad andare con calma.
(continua)
borisbattaglia alle ore
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martedì, 16 settembre 2008
Non puoi avere il capitalismo senza il razzismo
Malcolm X
Lasciando Roma da Vicolo del Casale Lumbroso 200, essendo passati prima per Piazza del Viminale, si transita in viale Milanofiori ad Assago e si arriva a Milano in via Zuretti, dove quasi potresti credere di essere già a Verona.
Senza soluzione di continuità.
Non sono congetture. E’ geografia. E’ storia. Quella del razzismo italiano. Quello fondato nel 1869 da Paolo Mantegazza, dalla prima cattedra italiana di Antropologia di cui fu fondatore e titolare; poi trasformato nel 1936 in leggi articolate da quel regime (tanto simile all’attuale se non fosse per la differenza che almeno quello là un’idea di Stato ce l’aveva) che allora governava l’Italia, ma di quelle leggi non parla nessuno e a nessuno gliene frega, discriminavano solo i sudditi africani; poi nel 1938 reso quotidiana sopraffazione anche di cittadini italiani.
Ce la vedete la geometrica simmetria?
Non sono congetture.
Siete voi che non le vedete che siete dei disperati razzisti di merda (spesso fascisti sempre convinti mercanti).
Disperati perchè non vi rendete conto di una cosa. Semplicissima. Il mondo non potete fermarlo nè con gli assessorati alla sicurezza nè con le spranghe.
Le moltitudini si muovono. Le moltitudini sono colorate.
Il gene della pelle bianca è recessivo.
Eravamo tutti neri.
Torneremo tutti neri.
domenica, 14 settembre 2008

L’antimodernismo dichiarato di chi attualmente governa l’Italia (in particolare verso la scuola e la contaminazione etnica) mi ricorda un altro rifiuto della modernità. Quello che caratterizzò le classi dirigenti europee tra il 1870 (vi faccio notare in volata una cosa che ci può interessare per ciò di cui andremo a chiacchierare tra qualche riga: la Terza Repubblica di Francia nasce esattamente l’anno dopo) e il 1914 e che sfociò, proprio a causa dell’incapacità del potere a capire e gestire la modernità, nella prima guerra mondiale.
Inevitabilmente le élites intellettuali borghesi, che a dispetto dei vantaggi che aveva portato alla loro classe si erano fatte portavoci della battaglia contro la modernità, considerarono quella guerra come l’unica opportunità per rigenerare una società che ritenevano, a causa proprio della modernizzazione tecnica scientifica e sociale, in piena decadenza (consiglio bibliografico: Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica, Donzelli, 2003; Angelo Ventrone, Piccola storia della Grande Guerra, Donzelli, 2005).
Per darvi un esempio. Scriveva quell’immane coglione di Filippo Tommaso Marinetti, proprio nel 1914, che “la guerra non può morire, perché è una legge della vita. Vita = aggressione. Pace universale = decrepitezza e agonia delle razze. Guerra = collaudo sanguinoso e necessario della forza di un popolo” (altro piccolo consiglio bibliografico: Angelo D'Orsi,I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Bollati e Boringhieri, 2005).
E siamo arrivati al punto.
Dove c’è qualcosa che non funziona. I soldati arrivati al fronte questo collaudo non lo trovano poi così necessario. Ci abbiamo noi un bel film di Monicelli a raccontarcelo. Però adesso parliamo di fumetti.
Allora.
Per capire perché questo collaudo sociale non funziona lo Stato Maggiore Francese decide di mandare al fronte un disegnatore che sappia ritrarre con la sua arte la verità della prima linea e dei soldati che là combattono. In modo che i generali e lo stronzissimo Presidente Raymond Poincaré possano capire perché il popolo non sia poi così entusiasta di questa sanguinosa rigenerazione.
Non ci mandano però un Aurelio Montaldo qualsiasi. No. Ci mandano Van Gogh.
Questa è l’idea geniale del libro di Larcenet che si intitola: La Ligne de Front.
L’intero Stato Maggiore francese con a capo Poincaré (splendidamente caricaturato da Larcenet nella sua infinita arrogante piccolezza di burocrate nazionalista) decide, per comprendere il malumore e il disfattismo dei soldati al fronte, di inviare il caporale Van Gogh per realizzare una specie di reportage disegnato.
Ora. Tutti sappiamo che Van Gogh muore nel 1890.
Perché è accettabile, già all’inizio quando ancora non ne sappiamo il come mai (verrà spiegato, eccome, ma dopo un po’), che Van Gogh abbia tutte e due le orecchie e quel che più conta la vita nel 1914, senza fastidio alcuno, anzi con piacere sommo.
Forse perché è un fumetto? Vabbene, ma perché in un fumetto accettiamo quello che ci innervosirebbe altrove? Forse perché per sua natura il fumetto è libero, a differenza delle altre forme di narrazione, da quel noioso principio di imitazione del mondo che si chiama mimesi.
Forse perché il fumetto viene utilizzato per raccontare storie ben sceneggiate solo per una serie di circostanze storiche e politiche, forse perché il suo potere, la sua vera natura sta altrove.
Già ma dove?
Ce lo spiega Van Gogh/Larcenet dove sta. Come prima di lui ce lo avevano spiegato Hergè e Tardi. Ce lo spiega quando, più o meno verso tavole 6 e 7 (adesso non ricordo, ma dovrebbero corrispondere a pagine 8 e 9 dell’ edizione Dargaud), si tiene tra Van Gogh e Morancet, il generale che lo accompagna –suo malgrado, che come ogni moderno ma antimodernista generale è un perfetto cacasotto- una lunga conversazione splendidamente costruita a smontare il formato standard dell’editoria a fumetti francese: l’album.
Ora, quando Patrizia Mandanici mi dice che a Larcenet la gabbia non gliel’ha imposta nessuno… beh! io non capisco.
Uno. Perché se voleva dirmi che nessuno l’ha obbligato a lavorare per Dargaud, ecco! nemmeno a chi lavora per Bonelli o Astorina è stato imposto per decreto legge di farlo.
Due. Se invece voleva dirmi che gli editori francesi sono più illuminati dei nostri e danno libertà agli autori di scegliere quello da fare, beh! Balle. Li ho conosciuti anni e anni fa i manager redattori di Dargaud e Casterman.
Non capiscono un cazzo.
E non sanno nemmeno, come quelli italiani, leggere un bilancio, figurarsi fare previsioni di gestione, figurarsi poi rivoluzionare modi e tempi del prodotto che vendono. Vanno avanti così, con quello gli è stato detto è ciò che si è sempre fatto.
Sono gli autori che sanno usare le gabbie (i formati) standardizzati e rivoluzionarli, alle volte senza farsene quasi accorgere da quegli idioti – lo sono, in Francia come in Italia al 90%- che rivestono il ruolo di CAPIredattori.
Finché non è troppo tardi.
Ma.
Torniamo a noi. Cioè alla linea del fronte.
E a quella conversazione tra Van Gogh e il generale Morancet. Oltre a spiegarci come mai l’artista sia vivo vegeto e con tutte e due le orecchie attaccate ai lati della testa, Larcenet ci da una bellissima lezione di teoria.
Probabilmente queste due tavole le avete lette e rilette. Mi perdonerete quindi se ve le racconto lo stesso.
A un certo punto Morancet chiede al caporale Van Gogh come faccia a essere ancora vivo, quando le cronache lo davano per morto suicida nel 1890. Si stupisce il caporale che il generale non sia al corrente dei fatti. E non abbia mai sentito parlare dell’organizzazione “Tempesta sull’arte moderna”. (Vedete, sia detto tra noi, dove porta l’antimodernismo sentimentale degli ignoranti di potere!). Era presidente, allora –ma il nome Van Gogh non lo fa- Sadi Carnot (della fine che giustamente fece per mano di Sante Geronimo Caserio, fornaio, vi racconterò un giorno nella mia Storia dell’anarchia raccontata alle bambine delle scuole elementari* che mi piacerebbe, appena trovo l’editore, illustrata da Lorenzo Sartori), il quale assegnò a Van Gogh – in alternativa a una fucilazione alla schiena- la delicatissima missione di sradicare il Cubismo.
Perché vi chiedete? Perché da buon ignorante antimodernista Sadi Carnot era convinto che sua figlia di cinque anni disegnasse meglio di Braque e che quell’orribile scuola andasse estirpata. Adesso non state lì a menarla, che nel 1890 Braque aveva si e no otto anni. E’ irrilevante. Ai fini del discorso teorico. Eppoi. Stiamo parlando di un fumetto! E come già abbiamo osservato queste cose nel fumetto non minano minimamente la verosimiglianza della storia. In fondo, poi, ci sta tutto nella verosimiglianza il confronto tra due bambini e l'invidia di un padre.
Infiltratosi tra gli artisti di quel movimento che poi si sarebbe chiamato cubismo, Van Gogh avrebbe dovuto farli fuori, con una palla nella testa, uno per uno. Ma sfortunatamente Van Gogh è uno che disegna, uno – come dice dopo aver preso a pugni il generale Morancet per alcune osservazioni inopportune sui suoi quadri- che ha “destructurè la nature, donnè un sens à la matiere”, è inevitabile quindi che resti affascinato dal loro lavoro. Ne consegue che invece di eliminarli li aiuti ad affermarsi.
Van Gogh pagherà questo con l’emarginazione, con la riduzione al silenzio, con la farsa del suo falso suicidio.
Ma questo non ci interessa. Interessa solo gli ottusi adoratori della trama.
Quello che importa è il perché Van Gogh non portò a termine quella missione. Perché come ci dice lui: “je les ai vus de mes propres yeux dèstructurer l’espace, distordre la temporalité apparemment immuable de la matiére avec une facilité déconcertante... ils changeaint ce putain de monde !!! ».
Sta parlando del fumetto, mica di altro.
E’ ovvio. Perché è proprio a questo punto che Van Gogh interviene sulla realtà, prima salvando la vita a Morancet, poi commuovendo alle lacrime il gigantesco e brutale disertore Totor semplicemente dipingendo: “j’aime beaucoup chromatiser les masse et structurer l’espace avec ce jolies feuilles vertes…”.
Quando poi Van Gogh arriverà al fronte darà vita, con la sua arte, alla verità sulla guerra. Ritrarrà creandolo, e questo gli costerà consapevolmente (a differenza di Aurelio Montaldo che di niente si era reso conto) la sua di vita, il volto della guerra. Non ve le racconto perché sono pagine delicatissime e tragiche, se non le avete ancora lette ve le rovinerei.
Sappiate solo che Van Gogh, sotto i bombardamenti, crea dal nulla la realtà di quei bombardamenti.
Quando i suoi quadri verranno ritrovati, Presidente e generali non saranno in grado di comprendere quella realtà.
Parafrasando Peirce mi azzardo a dire che per Larcenet (e per me soprattutto) l’oggetto fumetto non è mai segno di qualcosa d’altro, ma è segno di ciò che è. Quindi il fumetto non è un atto di comunicazione, non è mai mimetico. Non è un caso che i generali alla fine della storia di Larcenet non riescano a capire niente dei disegni di Van Gogh.
(poi, con la terza parte di sbronze ed ermeneutica, chiudiamo lì la faccenda… per un po’)
*’rcodio! Piacerebbe me che capissero da subito che i cuori di regine e principesse meglio è se vengono spezzati, non da amori non corrisposti, ma da sei pollici di acciaio damascato.
borisbattaglia alle ore
22:48 |
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lunedì, 08 settembre 2008

Non so più come dirlo.
Perché ogni volta che lo dico mi si ribatte che non posso chiedere alla casa editrice Bonelli un cambiamento della sua ragion d’essere.
Ma porcocazzo! Io non sono un paranoide convinto che all’editore Sergio Bonelli possa importare quello che penso di politica editoriale, né che Lui, l’autore unico e unico editore, sappia o sia tenuto a sapere lontanamente chi cazzo è questo Boris Battaglia: un insignificante logorroico rompicoglioni.
So benissimo di non essere nessuno, né di non contare niente.
Né niente voglio che si sappia di me.
Quindi. Non so come ripeterlo: delle attuali fortune o sfortune imprenditoriali della Bonelli non me frega un cazzo. Come non me ne frega niente del futuro di qualsiasi casa editrice.
Mi interessa solo il passato.
Mi interessa solo il predominio culturale e ideologico che il loro – della famiglia Bonelli- modo di fare fumetti ha acquistato in Italia. Mi interessa capire il come e il perché si è arrivati a questo diffusa e unica monolitica idea di fumetto nella considerazione che gli italiani hanno del fumetto. Divisa con l’idea di quell’altra famiglia, la Giussani.
Non cerco lavoro come consulente editoriale, non penso che questi editori debbano fare diversamente da come fanno - di sfuggita per Michele: è per questo che non sono un epigono di Luigi Bernardi e non dico le stesse cose che diceva lui quel tot di anni fa, sebbene l'essergli paragonato quasi mi lusinghi, quasi…
Semplicemente considero quello che fanno.
E che per il discorso che sto facendo, quello che fanno -anche se oggi lo fanno male e questo non mi riesce ogni volta di non sottolinearlo- è fondamentale.
Non sto muovendo critiche.
Sto elencando dati di fatto.
Se qualcuno si offende: redattore autore editore, sono solo cazzi suoi.
Non ci sono liste di accredito dalle quali escludermi. Non ci sono ricevimenti ai quali non invitarmi. Non ci sono spazi editoriali da precludermi. Non ci sono libri da riuscire a non farmi leggere, perché di solito non “spero” di poter leggere un libro – cioè non attendo invii dagli editori. Se voglio leggerli lo faccio. Cioè: vado in libreria e li compro o ce li prendo in prestito.
Ci siamo capiti una volta per tutte?
Possiamo chiudere qui la questione?
Posso continuare?
Tanto lo faccio lo stesso. Che cazzo vi credete voi.