martedì, 27 gennaio 2009
Ti raccontano, e già il racconto ti concilia il sonno, la storia per avvenimenti simbolici; un po’, dicono, per facilitarti ad impararla, un po’, non te lo dicono, per distogliere la tua attenzione dai momenti fondanti. Per esempio. Sai per certo che la Rivoluzione Francese comincia il 14 luglio 1789. La festeggiano pure la presa della Bastiglia. Così stai lì, a guardarti i fuochi d’artificio del 14 luglio e non presti attenzione a quello che successe i due giorni precedenti.
Te lo racconto io.
Il 12 luglio, verso mezzogiorno, Parigi riceve la notizia che il giorno prima Luigi XVI ha licenziato Necker e tu conosci la fiducia che il Terzo Stato riponeva in questo ministro delle finanze. Aggiungici che nessuno a Parigi ignorava che questo licenziamento era l’inizio di un colpo di stato. Infatti che il duca di Broglie si acquartierasse con 35.000 uomini tra Versailles a Parigi non passava certo inosservato. Nel pomeriggio una folla immensa si dirige in Place de la Concorde (allora place Louis XV) e, cosa importantissima, occupa la Borsa e la principale banca di Francia: le Credit Lyonnais. In mezza giornata il Comitato Permanente, costituito per l’occasione e presieduto da Flesselles, riusciva a controllare praticamente tutte le finanze di Francia. Certo, il popolo avrà poi bisogno di una vittoria materiale, epica, mitica, come la presa della Bastiglia. Ma la rivoluzione fonda i presupposti del suo successo sulle barricate costruite il 13 luglio nelle vie a nord est della città per proteggere l’avvenuto sequestro dei depositi bancari e fermare le truppe del maresciallo Broglie che marciavano verso Parigi.
Le armi i parigini le avevano prese a les Invalides.
Ma le barricate. Lo sai perché si chiamano barricate?
Perché furono realizzate accatastando una sull’altra centinaia di barriques riempite di terra e detriti.
Napoleone Bonaparte che del prendere e mantenere il potere era maestro, nel 1800 fonda, portando a termine il programma rivoluzionario, la Banca Nazionale di Francia. Nel 1803 le concede il monopolio dell’emissione del danaro. Controllare i crediti e i debiti del paese lo terrà, nonostante nemici quali Inghilterra Prussia e Russia, sul trono di mezza Europa per quasi 15 anni.
La Comune di Parigi invece dura appena tre mesi.
Petr Kropotkin, alieno da ogni giacobinismo, vedeva –nella sua fondamentale interpretazione della rivoluzione francese data alle stampe nel 1909- nel pensiero sanculotto la madre di tutto l’agire anarchista. Probabilmente aveva ragione. Nel 1794 con la decollazione di Robespierre i sanculotti lasciano completamente il campo ai giacobini. Novelli banchieri.
Quando nel marzo del 1871, toltosi di torno Napoleone terzo, Parigi insorge e fonda la Comune i comunardi commettono un errore inspiegabile. Non si impossessano dei beni (migliaia di miliardi di franchi) della Banca Nazionale, cosa che li avrebbe messi in posizione di controllare l’intero paese. Anzi, dal cuore di Parigi, quei soldi vanno addirittura a finanziare l’esercito di Versailles, che al comando di Mac Mahon schiaccerà nel sangue la Comune.
Alieni da ogni idea di autofinanziamento creativo –chiesero pure prestiti i comunardi alla banca nazionale, concessigli a tassi da rapina… un po’ come cedere i diritti a un editore- anche i comunardi però fecero bellissime barricate.
Bevo un vino toscano. Sangiovese in purezza. Vendemmia 2003. Fattoria La Gerla. E’ passato in Barrique. Forse per questo mi vengono in mente le barricate del luglio parigino del 1789 e poi del maggio del 1871. Non mi da fastidio il legno. Il vino è velluto. Va giù che mi consola della lettura che sto facendo. Wu Ming. New italian epic. Einaudi. Il momento preciso in cui cambiare il modo di raccontare le storie è diventato più importante, per cambiare il mondo –cioè lasciarlo, va da se, come è- che occupare e svaligiare le banche.
domenica, 18 gennaio 2009

Momento fondamentale del nostro agitarci nel mondo è la rielaborazione teorica di questa prassi quotidiana. Lo so. E’ cosa che richiede una preparazione culturale adeguata (almeno le scuole dell’obbligo) e che passa necessariamente attraverso una formazione attiva il cui fondamento è l’esperienza consapevole di quella stessa prassi che ci è necessario analizzare.
Non affrontare consapevolmente questa rielaborazione ci lascia parcheggiati nel mero e banale uso della tecnica (di sopravvivenza): prigionieri di un circolo vizioso che ci impedisce l’incontro con la verità.
Lo spiegava, con parole di rara bellezza, Orazio in una lettera a Lollio Massimo (Epistole, I, 2, 40-43): “…sapere aude, incipe. Vivendi qui recte prerogat horam, rusticus exspectat, dum defluat amnis; at ille labitur et labetur in omne volubilis aevum”.
Esercitare CRITICA significa sapere che l’acqua del fiume scorre e scorrerà per sempre (non c’è nulla di mistico in quel sempre, è semplicemente da intendersi e limitarlo riferito alla durata della vita umana), quindi non aspettare che finisca di scorrere, ma cercare un guado. Trovarlo è poi solo un momento accessorio. L’importante è cercare.
La critica nasce per abiogenesi dall’incontro, nel brodo primordiale della comunicazione umana, dell’individuo con la narrazione. Ma il punto, come ti dicevo, è che questa abiogenesi, per scatenarla, sono necessarie alcune particolari condizioni.
Un po’ come per l’abiogenesi biologica teorizzata da Oparin e poi dimostrata sperimentalmente da Stanley Miller, la materia è lì poi succede questo e quello e spunta la vita.
Uguale.
Le storie sono lì, scorrono nel fiume lento della tecnica narrativa, e tu le leggi o le ascolti o le guardi. Quale catalizzatore trasforma il tuo galleggiare in questo fiume infinito in esercizio critico? In rielaborazione teorica? L’ho detto prima: cultura e consapevolezza. In una sola parola: filosofia.
Adesso non fraintendermi.
Butta a cesso l’idea che hai di filosofia: quella accademica, convenzionale, autoritaria, riassuntiva, spacciata da un qualsiasi Abbagnano.
Pensa semmai a un’attitudine concettuale e argomentativa di assoluta totale apertura verso prospettive originali che diventino – pur tenendone sempre presente la provvisorietà che tutto è e deve essere falsificabile- conseguenze per il proprio pensare e per il proprio agire.
Sarà per questo che non ho mai sentito, salvo rarissime eccezioni, un autore di fumetti fare affermazioni sensate sul proprio lavoro, né un critico di quelli accreditati come tali fare analisi sensate sulle proprie letture. Dalle loro affermazioni ti rendi conto che, convinti –anche a ragione- di possedere una solida tecnica e –a torto- che basti solo quella, non solo non possiedono le risposte giuste sul proprio lavoro, ma nemmeno mai si sono posti le domande necessarie. Evitano, come se fosse una grave malattia, di orientarsi nel pensiero e non sono nemmeno vagamente in grado di cogliere la natura del proprio fare e del proprio dire.
Fossi mai punto da vaghezza di sapere che sarebbe ciò che sucesse alla materia quando si originò la vita, ti suggerisco una bella, anche se difficile lettura: J.William Schopf, La culla della vita, Adelphi, 2003; invece per confrontarti con un idea un po’ diversa di filosofia rispetto a quella che ti hanno piantato in testa a scuola, potresti provare a leggere Ekkehard Martens, Fisofare con i bambini. Un’introduzione alla filosofia, Bollati Boringhieri, 2007; oppure Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi, 1999; se non temi il confronto con il pensiero reazionario, godibilissima lettura è Roger Scruton, Guida filosofica per tipi intelligenti, Cortina, 1998.
mercoledì, 14 gennaio 2009
Il 1936, lo sai credo, fu un anno di quelli straordinari, che per la straordinarietà di ciò che vi accadde, andrebbero raccontati giorno per giorno. Mussolini proclama l’Impero; il mediomassimo Max Schmeiling sbatte al tappeto alla dodicesima ripresa Joe Luis (si prenderà la rivincita Luis, nel 1938 e alla prima ripresa); esce Gone with the Wind, il romanzo; scoppia la guerra civile spagnola; Jessie Owens vince quattro ori nel’atletica alla Olimpiadi di Berlino; a quelle stesse Olimpiadi Trebisonda Valla detta Ondina vince il primo oro femminile della storia delle olimpiadi moderne negli 80 mt a ostacoli; Buenaventura Durruti viene ucciso durante l’assedio di Madrid; John Maynard Keynes pubblica un testo destinato a cambiare alcune cose: The general theory of employement, interest and money.
Una cosa che credo invece tu non sappia è che quell’anno Aleksandr Ivanovic Oparin da alle stampe un testo fondamentale quanto e più di quello di Keynes: L’origine della vita sulla terra (puoi trovarlo, se ti sforzi, in un’edizione Boringhieri del 1977).
In questo studio il biologo sovietico ci libera da tutte le panzane creazioniste e panspermiche e stabilisce i fondamenti dell’abiogenesi.
Ora. L’abiogenesi di Oparin non è certo quella di Van Helmont. Sospetto che quando Ausonia sostiene che quanto dico sulla critica sia tentativo di costruirmi per abiogenesi un’identità, si riferisca più alle formule esoteriche del secondo che agli esperimenti scientifici del primo. Però, al di là di questo, ha ragione. La critica si fonda per abiogenesi. La vita è sorta casualmente dalla materia inorganica. La critica sorge spontanea e casuale dalla lettura delle storie.
Perché, come diceva Benjamin (ancora lui sì, e sempre in strada a senso unico) le storie sono come le puttane. Si possono portare a letto ed entrambe hanno un loro genere di uomini che vivono di loro e le maltrattano. I magnaccia per le puttane. I critici per le storie. Entrambe figliano molto. I figli delle storie sono i critici. Grandissimi magnaccia con il complesso di Edipo. Nessuno meglio di loro sa come funziona.
Quando sono bravi sanno raccontartelo, il come funziona, questi grandissimi figli di puttana!
borisbattaglia alle ore
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giovedì, 08 gennaio 2009
mercoledì, 07 gennaio 2009
E’ tanto che non vado a nuotare.
Quando è tanto che non nuoto, devo compensare almeno camminando.
Quindi, ovunque debba andare quando è tanto che non nuoto, ci vado a piedi.
Capita che dovendo andare al mio solito aperitivo con GP (aperitivo al Bar Basso, che odio perché fanno il Margarita con il Quantreau invece che con il Triple Sec, barbari!) ci vado dunque a piedi. E finisco, che penso sempre ai cazzi miei e non alla strada da fare, in qualche strada a senso unico.
Nel 1932 il più importante avvenimento culturale dell’Italia crociana, che ancora fa fremere storici e sociologi, è la fondazione della Settimana Enigmistica. Nella repubblica di Weimar invece si dibatte animatamente della sopravvivenza della Staatliches Bauhaus, ferocemente avversata dai nazisti che presto prenderanno il potere e la faranno chiudere. In questo clima Bertold Brecth e Slatan Dudow scrivono e dirigono un film bellissimo e fondamentale: Kuhle Wampe.
La sequenza finale, girata proprio dallo stesso Brecth è di una bellezza fulminante. Sulla metropolitana berlinese i viaggiatori (socialmente eterogenei) discutono del prezzo del caffè. Da li la discussione finisce sui problemi del sistema sociale vigente. Un borghese benestante pone la domanda di rito retorica e pessimista: allora il mondo chi mai lo cambierà? Una giovane e bella operaia gli risponde: die denen sie nicht gefallt. Quelli a cui non piace.
Ecco.
Rubo questa cosa a un noioso libro di Francesco Muzzioli, edito da Meltemi quest’anno.
La rubo perché è l’unica cosa che mi è piaciuta del libro. Poi quando mi si dice che parlo sempre male di tutto. Non è vero. Semplicemente penso che compito di chi (e bando alla modestia c’è almeno due o tre “amici” miei che fingono di essere solo lettori ma lo sono, e prima di tutto!, critici) vuole essere critico è cambiare quello che non gli piace. Dicendolo. Brecthianamente.
Insomma.
Cammino, visto che nemmeno oggi sono riuscito ad andare a nuotare, pensando a questi cazzi miei e mi ritrovo in questa benjaminiana strada senza uscita. E’ tra pagina ventotto e pagina ventinove che ci potete andare a leggere che cosa è un critico.
Da qui dobbiamo ripartire.
Per Benjamin il critico è “stratega”, complice e alleato della tendenza letteraria, spesso compartecipe se non motore organizzativo. L’organizzazione strategica del critico deve tendere a strappare le Tecniche a ogni considerazione neutrale che le renderebbe appannaggio dei tecnici del “saper fare”: gli autori e gli accademici. Infatti ogni tecnica contiene un preciso segnale direzionale che mentre l’autore tende a nascondere (quasi mai volontariamente, che l’autore è spesso assolutamente inconsapevole), l’accademico ha il compito di codificare e mummificare a vantaggio del proprio circolo di iniziati. Il critico ha il dovere di interpretare e svelare questo segnale direzionale, strapparlo agli accademici e svelarlo agli autori.
In qualche modo di cambiare il mondo.
La tecnica del critico in tredici tesi. Le riscrivo un attimo, per rendermele veramente consone. Se non vi piace, andate a leggervi quelle originali.
I. Il critico è stratega e comandante nella battaglia culturale.
II. Chi non sa prender posizione, taccia.
III. Il critico non ha niente da spartire con lo storico e il sociologo. Ma ne può e vuole utilizzare tutti gli strumenti.
IV. La critica deve parlare nella e della lingua degli autori popolari. Perché i suoi concetti sono parola d’ordine. E solo nelle parole d’ordine risuona il grido di battaglia.
V. Bisognerà sempre sacrificare l’obiettività allo spirito partigiano se la causa per cui ci si batte lo merita.
VI. La critica è una questione etica.
VII. Per il critico l’istanza superiore è cambiare il mondo che non gli piace. Non gli autori. E tanto meno gli altri critici.
VIII. Il critico però deve sempre giudicare al cospetto dell’autore.
IX. Il critico deve sempre sollevare polemica.
X. La vera polemica si cucina un testo con lo stesso amore con cui un cannibale si cucinerebbe un lattante.
XI. Il critico non conosce entusiasmo per la singola opera. L’opera è, nelle mani del critco, l’arma sguainata nella battaglia del dire.
XII. Il critico non deve mai tradire l’idea che persegue, in nome della pubblicazione o di maggiore visibilità.
XIII. Il lettore deve sempre sentirsi provocato e smentito dal critico, ma deve in qualsiasi momento potersene sentire rappresentato.
L’assenza di una critica seria e propositiva che abbia fatto organizzativamente suoi, non dico tutti, ma almeno qualcuno di questi tredici principi, è la principale causa del fatto che dai tempi del gruppo frigidaire non ci siano state più nel fumetto italiano tendenze, ma solo sporadiche individuali emergenze.
Vogliamo continuare così?
Vedi un po’ tu. Io tanto domani, certo, vado a nuotare.