la promessa del regno 3
martedì, 31 marzo 2009



Tre.

Il sacrificio mostrato nella sequenza iniziale del film stipula, se lo spettatore lo accetta e si fa carico della responsabilità che comporta, un patto di comunione tra lui e la narrazione. Viene sancito un rapporto strettissimo.
Ora. Credo e lo ripeto che l’unica distinzione qualitativa possibile sia qui, in questo rapporto. La distinzione tra storia e intrattenimento. L’intrattenimento non ti richiede sforzo, meglio non sapere nulla e assistere beatamente (e obnubiliati… reificati diceva il buon vecchio Karl) alla messa senza disturbare l’officiante e senza esserne disturbati. La storia invece ti chiede di partecipare al sacrificio; addirittura di brandire l’arma da scanno e fuor di metafora, di conoscerne i meccanismi (non i trucchi del mestiere, intendiamoci, che quelli li impara persino… dai! lascia perdere non farti sempre odiare). La storia ti richiede conoscenza. Quindi dolore e fatica.
Questo rapporto, che sia tra dio e il suo popolo o tra la storia raccontata e chi la ascolta guarda o legge, nei libri narrativi viene chiamato berit.
E’ un problema tradurre il termine berit. Dicono, almeno.
Che oltre a quello di patto, ha anche il significato di promessa. Quella che i greci rendevano nelle loro traduzioni con il termine diatheke. Il testamentum dei latini.
Il libro che, nella seconda sequenza, l’ostetrica Anna Khitrova riceve dalla ragazzina quattordicenne che muore di emorragia dando alla luce una bambina, altro non è che un testamento. Letteralmente e letterariamente. Una promessa quindi. Escatologica. Intendiamoci: niente di evangelico. Il destino ultimo che il libro promette al suo popolo è un destino molto terreno. La promessa è quella del regno. Del potere sulla terra che calpestiamo.
Già.
Solo che per conoscerlo questo destino devi poter leggere il libro. Scritto in una lingua che Anna non conosce. Il diario lasciato dalla ragazza morta è in russo. Anna è di origini russe, ma ha perso la capacità di interpretare la lingua del suo popolo.
A questo punto serve imprescindibilmente un interprete.
(3.continua)
borisbattaglia alle ore 22:58 | architettura delle barricate, teoria di lettura dei fumetti, interpretazioni libertarie | commenti (4) | commenti (4) (popup) |
la promessa del regno 2
sabato, 28 marzo 2009




Due.

Eastern Promises (perdonami ma il titolo italiano mi fa proprio schifo), si apre con un sacrificio di comunione. Come era quello della Pasqua (Easter) che sanciva il punto più alto della coesione nazionale ebraica.
Nella bottega del barbiere Azim  (e non è un caso che la Pasqua sia strettamente legata, nella cultura ebraica, alla festa degli Azzimi) il boss Soyka viene sgozzato dalla mano innocente (è un ritardato) ma eterodiretta, è lo stesso Azim –suo zio- ad armarla di rasoio, di Ekrem.
Potrebbe sembrare un’efferatezza gratuita.
Ma non lo è.
E’ una scena assolutamente necessaria, perché il sacrificio che rappresenta è indispensabile affinché si fondi la storia.
Infatti. Due cose.
1)    il Regno non è mai stato così compatto come sotto la guida di Saul/Semyon. Ecco cosa non mi tornava. Quello di Cronenberg non è né una cristologia né un ciclo mosaico. Questo film racconta, nonostante l’apparente coesione del suo regno, la cronaca del fallimento di Saul, causato dei suoi peccati, e dell’ ascesa di Davide/Luzhin.
2)    Il corpo sgozzato della vittima sacrificale viene diviso in comunione; nemmeno tanto simbolicamente fatto a pezzi da luzhin e dallo stesso poi usato come strumento di comunicazione, quando lo affiderà alle acque del fiume per portare un messaggio alle autorità poliziesche.

Se ce la fai a sopportare questo, bene, la storia può fondarsi e avere inizio. Le storie che non te lo chiedono, questo sacrificio, non sono storie. Sono intrattenimento.

Passata questa soglia possiamo entrare nel vivo.
Ti avviso. Ora saranno cazzi. Però se mi segui fino alla fine, probabilmente, la smetterai di sparare cazzate sulla fedeltà o meno di un film al fumetto cui si è ispirato.
(2.continua)
borisbattaglia alle ore 22:54 | architettura delle barricate, teoria di lettura dei fumetti, interpretazioni libertarie | commenti (2) | commenti (2) (popup) |
la promessa del regno - da meno uno a uno
martedì, 24 marzo 2009






“come posso diventare re, se il re è ancora al suo posto…”

Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen) in Eastern Promises

Meno uno.
Ho visto Watchmen. Il film.
Di Zack Snyder.
E’ un gran bel film. Come gran bei film erano i suoi due precedenti.
Ho letto anche un sacco di cazzate sul suo rapporto con il fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons.
Tutte le volte la stessa solfa.
Che palle. Questa storia del rapporto tra cinema e fumetto. Una cosa stitica inventata da qualche accademico in crisi d’idee per le sue pubblicazioni e poi, come tutte le stronzate, veicolata da qualche vellutato gazzettiere e entrata nel comune sentire.

Zero.
C'è quindi il bisogno di tirare lo sciacquone.  Parto da lontano. E non sarò breve. E non parlerò molto di fumetti. In certo qual modo, se hai voglia di ascoltarmi, cazzi tuoi. Tanto lo sai. Io te la racconto lo stesso.

Uno.
Nei racconti biblici (e i libri cosidetti “narrativi” – cioè Giosuè, Giudici, Samuele uno e due, i Re uno e due- sono effettivamente i miei preferiti) il sacrificio cruento è fondamentale mezzo di comunicazione. Necessario non solo per la comunicazione tra dio e il suo popolo, ma soprattutto tra tutti gli appartenenti a quel popolo.
I sacrifici, ci insegnano poi i libri apodittici (il Deuteronomio su tutti), sono di tre tipi:
-l’olocausto, in cui la vittima viene sgozzata e bruciata su un qualche altare a tutto beneficio della divinità;
-il sacrificio di comunione, in cui la vittima sgozzata è fatta a pezzi e condivisa tra tutta la comunità in un banchetto;
-il sacrificio espiatorio in cui la vittima resta ad uso dei sacerdoti.

L’altra sera cercavo tra i miei scaffali troppo ingombri qualche libro da lasciare in giro (ho bisogno di fare posto- per quieto vivere familiare quando le librerie minacciano di crollare – già successo- devo provvedere alla sicurezza di tutti) e mi capita tra le mani un libro di Kyle Baker.
King David.
Come sempre interrompo quello che stavo facendo e mi metto a rileggerlo. Non è per caso che mi torna alla mente un bel pezzo di Davide Malesi sull’ultimo film di Cronenberg, che mi aveva lasciato delle perplessità (il pezzo di Malesi ovvio, non il film di Cronenberg).
Allora mi rivedo il film. Eastern promises.
E capisco dove il conto non mi torna.

(1.continua, e a lungo)
borisbattaglia alle ore 22:25 | teoria di lettura dei fumetti, interpretazioni libertarie, vera storia del fumetto | commenti (6) | commenti (6) (popup) |

a tutti i coglioni felici di essere nati in una qualche parte, e convinti di esserselo meritato...

 

Moi en mieux, ne ho letto sabato su gli INROCCUTTIBILI e non riesco a smettere di ascoltarlo.
borisbattaglia alle ore 11:10 | inutilitĂ  della narrativa, architettura delle barricate, interpretazioni libertarie | commenti | commenti (popup) |
il giardino dei supplizi
venerdì, 20 marzo 2009
L'altra sera vado con il Bonus al teatro Arsenale a vedermi il giardino dei ciliegi.
No.
Intendiamoci.
La compagnia lì, che lo rappresentava… mi ricordo mica come si chiama... però, ecco… sono tutti bravissimi lì, per carità.
Però.
Quanta cazzo di polvere c'è su quel testo!
Eppure, mentre torno a casa a piedi, penso che la situazione di questo paese è molto simile, in fondo, a quella della Russia dell'inizio del XX secolo. Il decadimento etico e culturale della nostra classe padronale (quella che eufemisticamente viene definita: dirigente) è lo stesso, forse anche più grave, di quello di quella nobiltà latifondista che sarà spazzata via dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Non sono ottimista. Non credo che l’Italia sarà scossa nemmeno da qualche ondina di ipocrita progressismo obamiano, figurarsi la rivoluzione.
Se gli studenti dell’Onda, se gli italiani tutti, fossero davvero guerriglieri, come dovrebbero essere davanti all’attuale stato di cose, la presa del Palazzo d’Inverno sarebbe anche vicina.
Ma.
Dormiranno sonni tranquilli il giullare che così li ha definiti e il suo re.
Gli italiani sono solo tanti maggiordomi Firs. In particolare i moralisti e gli accademici che più tuonano. Alla fine cercano solo e sempre un padrone da servire, di classe però… mica quello zotico barzellettiere di adesso, e un piatto caldo.
Perchè allora, rappresentato, quel testo mi è sembrato fuori dal tempo?
Arrivo a casa. Lo tiro giù dallo scaffale, ci soffio via la polvere e leggo. Sarà mica colpa di Cechov quel senso di inadeguatezza (e il teatro dovrebbe essere adeguatezza temporale, il teatro se non è contemporaneità non esiste... il teatro filologico è un brutale guardiano della digestione borghese) temporale che ho vissuto. Finisco di leggere.
No.
Ve lo assicuro.
Non è colpa di Cechov.
Ancora una volta è colpa nostra. Della nostra volontà di servire. Che ci ha fatto trasformare il giardino dei ciliegi nel giardino dei supplizi.
 
borisbattaglia alle ore 12:36 | architettura delle barricate | commenti (2) | commenti (2) (popup) |
occasioni
giovedì, 19 marzo 2009



Probabilmente perché non lo sono diventato, considero con sincero disprezzo gli accademici. E particolarmente quelli che scrivono di fumetti.
Tre cose trovo insopportabili in un saggio: l’occasionalità, l’inutilità e la bruttezza. Nei lavori degli accademici umanisti c’è sempre almeno una se non due di queste qualità. Non capita spesso che tutte e tre si trovino riunite in un unico lavoro. Quando in un volumetto di 170 pagine ce le trovo tutte e tre fin dalla copertina, allora mi incazzo e mi viene il sospetto che l’autore lo abbia fatto apposta. Che dietro ci sia una precisa volontà di dolo.
Nella fattispecie il tentativo di veicolare diffusamente un’idea del fumetto quale sovrastruttura letteraria.
I linguaggi del fumetto (Bompiani, 1991) di Daniele Barbieri era un libro furbo, brutto ma utile. Furbo perché replicava senza nulla aggiungere tutte le intuizioni, anche quelle sbagliate, di Fresnault-Deruelle. Brutto perché per farlo utilizzava un linguaggio da divulgazione televisiva.  Utile perché, pur con tutto il suo ecumenismo didattico, poneva grazie al peso della collana per famigli di Eco nella quale fu pubblicato, l’irrimandabile necessità di un dibattito sulla natura del fumetto. Dibattito che poi non ci fu. Ma questa è un’altra questione.
Il volumetto che Barbieri ha dato alle stampe, per i tipi di Carocci, in questi giorni (Breve storia della letteratura a fumetti) invece è un libro d’occasione, brutto e inutile
Fin dalla copertina.
L’inquietante grafica stile “dispensa ISU” delle collane Carocci unita al loro parco autori ne svela da subito la natura di bigini per studenti universitari. Questo di Barbieri infatti è l’inutile bigino del volumone del prof. Reistano  pubblicato qualche anno fa per Utet.  Una veloce occasione, in fondo, per aggiungere una pubblicazione al proprio curriculum. La bruttezza poi, oltre che nel libro come oggetto, sta nella banalità delle idee veicolate da questo libercolo.
Sì, perchè anche se non sembra, anzi… anche se l’autore vorrebbe, con la sua prosa da wikipedia, non farlo sembrare, queste 170 pagine veicolano e sostengono, con il peso dell’autorità di “uno dei più noti studiosi del fumetto in italia”, due idee sbagliate. Due idee che non concedono all’indagine sul fumetto alcun futuro, per questo probabilmente all’epoca dei “linguaggi del fumetto” non ci fu alcuna discussione,  e che consolidano i tanti cretini che si occupano di fumetto nelle loro misere convinzioni:
1)    che il fumetto sia un genere letterario
2)    che il fumetto prima si scrive e poi si disegna.

Il momento decisivo in cui questo accade sono due paginette centrali del libro, dove Barbieri, dopo aver disarmato il lettore con la sfilza di banalità inculate una all’altra fino a lì, lo colpisce con l’argomento definitivo.
Alberto Breccia.
A parte il fatto che quando si mette a parlare degli stili di disegno e delle capacità grafiche degli autori sembra che le banalità gliele abbia ispirate addirittura Algozzino (leggetevi se ne avete il fegato lo squinternato Tutt’a un tratto, Tunuè, 2005),  parlando di Breccia, Barbieri ci fa credere che il suo “disegno difficile da guardare” abbia bisogno del racconto giusto. Quando sostiene che le vignette di Breccia non sono solo un momento funzionale al racconto, ma anche un elemento comunicativo a se stante, separando artatamente ciò che la vignetta mostra da come la mostra, Barbieri ci vuole convincere che il disegno di Breccia sia solo una parte del racconto a fumetti.  Insomma: da una parte ci sarebbe il testo scritto, dall’altra i disegni giusti per lui. Le vignette di breccia risulterebbero così illeggibili, ma per fortuna, sempre secondo Barbieri, sotto ci sarebbe un testo letterario che ci fa sapere quello che quei disegni dovrebbero descrivere.
Balle.
Balle feroci.
Il fumetto non è quella cosa lì. C’è chi la fa certo; in italia è l’idea dominante.
Ma.
Non la faceva Breccia.
Ogni singola vignetta di Perramus non è un’unità sintagmatica da estrapolare e interpretare.  Una vignetta non è una frase, non è un predicato. Non può essere compresa a parte, perché l’intero Perramus è l’unità minima sintagmatica di Perramus. Il fumetto è un simulacro autopoietico.

Quando  i più noti studiosi del fumetto in Italia arriveranno a capire questa semplice nuda verità sarà, probabilmente, troppo tardi.

Sfiga per loro.

borisbattaglia alle ore 23:13 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (1) | commenti (1) (popup) |