a tutti i coglioni felici di essere nati in una qualche parte, e convinti di esserselo meritato...
Moi en mieux, ne ho letto sabato su gli INROCCUTTIBILI e non riesco a smettere di ascoltarlo.
L'altra sera vado con il Bonus al teatro Arsenale a vedermi il giardino dei ciliegi.
No.
Intendiamoci.
La compagnia lì, che lo rappresentava… mi ricordo mica come si chiama... però, ecco… sono tutti bravissimi lì, per carità.
Però.
Quanta cazzo di polvere c'è su quel testo!
Eppure, mentre torno a casa a piedi, penso che la situazione di questo paese è molto simile, in fondo, a quella della Russia dell'inizio del XX secolo. Il decadimento etico e culturale della nostra classe padronale (quella che eufemisticamente viene definita: dirigente) è lo stesso, forse anche più grave, di quello di quella nobiltà latifondista che sarà spazzata via dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Non sono ottimista. Non credo che l’Italia sarà scossa nemmeno da qualche ondina di ipocrita progressismo obamiano, figurarsi la rivoluzione.
Se gli studenti dell’Onda, se gli italiani tutti, fossero davvero guerriglieri, come dovrebbero essere davanti all’attuale stato di cose, la presa del Palazzo d’Inverno sarebbe anche vicina.
Ma.
Dormiranno sonni tranquilli il giullare che così li ha definiti e il suo re.
Gli italiani sono solo tanti maggiordomi Firs. In particolare i moralisti e gli accademici che più tuonano. Alla fine cercano solo e sempre un padrone da servire, di classe però… mica quello zotico barzellettiere di adesso, e un piatto caldo.
Perchè allora, rappresentato, quel testo mi è sembrato fuori dal tempo?
Arrivo a casa. Lo tiro giù dallo scaffale, ci soffio via la polvere e leggo. Sarà mica colpa di Cechov quel senso di inadeguatezza (e il teatro dovrebbe essere adeguatezza temporale, il teatro se non è contemporaneità non esiste... il teatro filologico è un brutale guardiano della digestione borghese) temporale che ho vissuto. Finisco di leggere.
No.
Ve lo assicuro.
Non è colpa di Cechov.
Ancora una volta è colpa nostra. Della nostra volontà di servire. Che ci ha fatto trasformare il giardino dei ciliegi nel giardino dei supplizi.

Probabilmente perché non lo sono diventato, considero con sincero disprezzo gli accademici. E particolarmente quelli che scrivono di fumetti.
Tre cose trovo insopportabili in un saggio: l’occasionalità, l’inutilità e la bruttezza. Nei lavori degli accademici umanisti c’è sempre almeno una se non due di queste qualità. Non capita spesso che tutte e tre si trovino riunite in un unico lavoro. Quando in un volumetto di 170 pagine ce le trovo tutte e tre fin dalla copertina, allora mi incazzo e mi viene il sospetto che l’autore lo abbia fatto apposta. Che dietro ci sia una precisa volontà di dolo.
Nella fattispecie il tentativo di veicolare diffusamente un’idea del fumetto quale sovrastruttura letteraria.
I linguaggi del fumetto (Bompiani, 1991) di Daniele Barbieri era un libro furbo, brutto ma utile. Furbo perché replicava senza nulla aggiungere tutte le intuizioni, anche quelle sbagliate, di Fresnault-Deruelle. Brutto perché per farlo utilizzava un linguaggio da divulgazione televisiva. Utile perché, pur con tutto il suo ecumenismo didattico, poneva grazie al peso della collana per famigli di Eco nella quale fu pubblicato, l’irrimandabile necessità di un dibattito sulla natura del fumetto. Dibattito che poi non ci fu. Ma questa è un’altra questione.
Il volumetto che Barbieri ha dato alle stampe, per i tipi di Carocci, in questi giorni (Breve storia della letteratura a fumetti) invece è un libro d’occasione, brutto e inutile
Fin dalla copertina.
L’inquietante grafica stile “dispensa ISU” delle collane Carocci unita al loro parco autori ne svela da subito la natura di bigini per studenti universitari. Questo di Barbieri infatti è l’inutile bigino del volumone del prof. Reistano pubblicato qualche anno fa per Utet. Una veloce occasione, in fondo, per aggiungere una pubblicazione al proprio curriculum. La bruttezza poi, oltre che nel libro come oggetto, sta nella banalità delle idee veicolate da questo libercolo.
Sì, perchè anche se non sembra, anzi… anche se l’autore vorrebbe, con la sua prosa da wikipedia, non farlo sembrare, queste 170 pagine veicolano e sostengono, con il peso dell’autorità di “uno dei più noti studiosi del fumetto in italia”, due idee sbagliate. Due idee che non concedono all’indagine sul fumetto alcun futuro, per questo probabilmente all’epoca dei “linguaggi del fumetto” non ci fu alcuna discussione, e che consolidano i tanti cretini che si occupano di fumetto nelle loro misere convinzioni:
1) che il fumetto sia un genere letterario
2) che il fumetto prima si scrive e poi si disegna.
Il momento decisivo in cui questo accade sono due paginette centrali del libro, dove Barbieri, dopo aver disarmato il lettore con la sfilza di banalità inculate una all’altra fino a lì, lo colpisce con l’argomento definitivo.
Alberto Breccia.
A parte il fatto che quando si mette a parlare degli stili di disegno e delle capacità grafiche degli autori sembra che le banalità gliele abbia ispirate addirittura Algozzino (leggetevi se ne avete il fegato lo squinternato Tutt’a un tratto, Tunuè, 2005), parlando di Breccia, Barbieri ci fa credere che il suo “disegno difficile da guardare” abbia bisogno del racconto giusto. Quando sostiene che le vignette di Breccia non sono solo un momento funzionale al racconto, ma anche un elemento comunicativo a se stante, separando artatamente ciò che la vignetta mostra da come la mostra, Barbieri ci vuole convincere che il disegno di Breccia sia solo una parte del racconto a fumetti. Insomma: da una parte ci sarebbe il testo scritto, dall’altra i disegni giusti per lui. Le vignette di breccia risulterebbero così illeggibili, ma per fortuna, sempre secondo Barbieri, sotto ci sarebbe un testo letterario che ci fa sapere quello che quei disegni dovrebbero descrivere.
Balle.
Balle feroci.
Il fumetto non è quella cosa lì. C’è chi la fa certo; in italia è l’idea dominante.
Ma.
Non la faceva Breccia.
Ogni singola vignetta di Perramus non è un’unità sintagmatica da estrapolare e interpretare. Una vignetta non è una frase, non è un predicato. Non può essere compresa a parte, perché l’intero Perramus è l’unità minima sintagmatica di Perramus. Il fumetto è un simulacro autopoietico.
Quando i più noti studiosi del fumetto in Italia arriveranno a capire questa semplice nuda verità sarà, probabilmente, troppo tardi.
Sfiga per loro.