Mi riesce difficile.
Ho letto tre volte E’ primavera.
E mi riesce difficile parlarne.
Perché mi piace considerare Claudio un amico, e il timore che qualcuno possa anche solo sospettare che quanto dirò del suo libro sia dettato da una qualche benevolenza, questo in certo qual modo mi frena.
Però c’è questa cosa. Che tutto sommato, da buon anarchico, per quanto non dogmatico (ve l’ho già detto, esistono), non ho la minima simpatia né una grande considerazione per il pensiero attuale del Professor Negri. Ben altre sono le idee e le letture del mondo attuale che mi appassionano: Colin Ward, Paul Goodman e il grandissimo Murray Bookchin che sul finire degli anni sessanta già aveva superato le attuali posizioni di Negri e Hardt. Questa cosa quindi mi mette al riparo da qualsiasi possibile critica: il soggetto del nuovo libro di Claudio, non mi piace e non riesco veramente a capire come Claudio possa pensare che il pensiero civettuolo (versione colta di quello di Naomi Klein) del Professore possa servirci da strumento per cambiare il mondo.
C’è un’altra cosa. Che poi è la più rilevante: che non posso parlarne senza tirare in ballo (magari senza citarli esplicitamente) Leopardi e Kant, Deleuze e Derrida. Capace che poi qualcuno di quelli dell’accolita dei soliti mestieranti rancorosi, senza capire o facendo finta di non capire un cazzo di quello che dico, mi accusi del “solito snobismo culturale arido, noioso, oltre che deleterio”.
‘Fanculo. Correrò il rischio.
E lo dico chiaro da subito. A prescindere dal suo irrilevante soggetto, il libro di Claudio è fondamentale per l’idea che l’autore ha maturato di fumetto. Anzi. Il vero soggetto, che al tutto da la forma, di questo libro è la chiarissima idea che Calia ha di che cosa è il fumetto. Non un linguaggio codificato, che permette solo narrazione standardizzata, ma SCRITTURA in evoluzione continua, che permette persino la realizzazione di un saggio sul pensiero di un filosofo.
E con questo d'ora in poi si dovrà fare i conti.
Correva un rischio Claudio, a questo punto. Quello in cui era caduto, a mio avviso, nel libro precedente, Porto Marghera. Quello di arrendersi alla forza rappresentativa, simbolica, della scrittura iconica (la graphein con cui i greci indicavano sia lo scrivere che il disegnare) e di lasciarsi guidare dalla sua suggestione mimetica: dando vita a una struttura meramente anedottica. Invece Claudio ha fatto tesoro dell’esperienza maturata su quel libro precedente,ed è riuscito a sottrarsi al pericolo mimetico, dando, mi sembra, un’esatta interpretazione del pensiero di Toni Negri, dalla crisi dello stato-piano fino agli attuali trionfi dell’impero.
Nell’intervista rilasciata a Radio Sherwood per la presentazione del libro, si capisce che Toni Negri non ha mai letto un fumetto in vita sua; ma –proprio perché profano- ha colto benissimo il senso di questo lavoro. Dice infatti che essere ritratto in un fumetto gli da un senso di sbalordimento, in quanto c’è nella vignetta un effetto di verità, una verità nella quale si ritrova, ma con la quale deve soprattutto confrontarsi. Insomma. Claudio ha colto perfettamente, e io spero che approfondisca questa cosa soprattutto a livello teorico, che la natura del fumetto –la sua ontologia - è sì immaginativa (necessariamente, per spiegarlo ai lettori bonelli che hanno bisogno delle didascalie esplicative, racconta storie) ma a differenza delle altre forme mimetiche non ha funzione conoscitiva, bensì una funzione leopardianamente costitutiva.
Cioè, per spiegarlo a quelli che non capivano cosa centrasse l’arte con i fumetti: sul terreno dell’estetica, partendo cioè –sto citando Kant -da una verità analitica, (che è vera in virtù del significato delle parole che quella scrittura contiene) e rifiutandola, l’autore di fumetti deve rendersi conto che il suo lavoro si realizza in una verità sintetica (che è vera in virtù di come è fatto il mondo) che è costituzione del significato.
Ve lo spiego.
Il Toni Negri del fumetto di Calia è sì il Toni Negri del mondo reale, ma ha anche una sua fortissima valenza simulacrale. Il Toni Negri disegnato non è meno vero di quello reale, e con esso quello reale deve fare i conti.
Il trascendentalismo bonelliano è finalmente azzerato. L'immaginazione diventa mondo reale, e il suo senso diventa il significato.
Questa cosa è il nucleo di un saggio del 1987, quello che preferisco, di Negri: Lenta ginestra, Mimesis, 2001. E non è un caso che il libro di Claudio si apra e si chiuda con la sagoma di una pianta che ricorda decisamente una ginestra.
La significazione si ha nella scrittura intesa classicamente solo quando il segno opera una differenza simbolica, rimanda cioè a qualcos'altro da se: il significato.
Ma nella scrittura fumetto il significante e il significato coincidono.
Il perchè sarà forse oggetto di dibattito, in altra sede.
Sta di fatto che nella scrittura/fumetto la differenza ontologica cui siamo abituati, si azzera. Allora se il fumetto è la scrittura meno differente di tutte, quindi indifferente è di conseguenza la scrittura più scrittura.
La più adatta, anche se –in questo senso- poco usata,ci dice Claudio, a rappresentare il pensiero.


















