
Il merito principale di Kant, secondo Deleuze (l’hai letto vero L’isola deserta e altri scritti, Einaudi,2007? – tra l’altro mi sembra, vado a memoria, che Deleuze dicesse questo all’interno di uno scritto su quel Nietzsche, che secondo Evangelisti Malatesta avrebbe dovuto conoscere), è di avere posto le basi per una critica immanente della ragione. Solo che, dice sempre Deleuze, il sistema di Kant ha anche un limite forte: che si limita a separare le applicazioni false della ragione da quelle vere. E’ lo stesso limite che sarà poi di Hegel: la sintesi hegeliana, sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero Nietzsche e la filosofia, Einaudi,2002?), è solo un gioco di prestigio –occazzo! Che avesse ragione Proudhon, allora!?- per mascherare la conservazione di ciò che è superato dall’antitesi. Questa contraddizione se la trascinerà dietro anche Marx; ovvio: sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einauidi, 1975, scritto a quattro mani con Guattari?). La dialettica hegeliana trasposta nella lotta di classe comporta una versione ineffettuale della lotta stessa. La sintesi legittima sempre la tesi (leggi: l’istanza repressiva) contro cui si organizza l’antitesi (leggi: l’idea della società come dovrebbe essere). La questione non è fare la guerra, o prendere una parte all’interno di una guerra in cui le due parti siano già perfettamente definite – intendiamoci una volta che la guerra è iniziata una parte va presa, comunque- quanto piuttosto stabilire, ed è quello che Malatesta aveva capito ben prima di Deleuze, per che cosa si fa la guerra.
Il punto non è criticare la falsa moralità, la religione, il mercato. E sostituirli con surrogati di stato. Il punto è distruggerli. Se ti accontenti di criticare il falso, non corri certo il rischio di fare male a nessuno. Su questa posizione si attesteranno i socialisti italiani, e poi i comunisti togliattiani e tutti i loro eredi successivi.
Dunque, dicevamo che per Malatesta costruire la società come dovrebbe essere comporta agire all’interno dei processi storici usando, visto che l’umanità non marcia volontariamente e deterministicamente verso sorti meravigliose e progressive, necessariamente la violenza. Ma l’anarchismo non può prescindere dai criteri metodologici della coerenza tra fini e mezzi, cioè da quel “per cosa” si fa la guerra. Ne consegue che la violenza è indispensabile, ma può essere usata solo per abbattere la violenza dei governi e dei privilegiati, MAI per costruire la nuova società.
“Noi consideriamo la violenza necessaria e doverosa per la difesa, ma solo per la difesa. Tutta la violenza necessaria per vincere, ma niente di più o di peggio…” (leggiti di Malatesta, Morale e violenza… in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, p.191-192). Per far rientrare la violenza rivoluzionaria in questo concetto basta considerare quale azione di difesa ogni azione volta a liberare le masse dallo sfruttamento e dall’oppressione. E’ per questo che dalla violenza anarchica resterebbe comunque escluso, secondo Malatesta (leggiti la sua polemica con Emile Henry in Colpo su colpo, Vulcano,1978), l’atto terroristico.
Intrinsecamente vendicativo, e di conseguenza autoritario, l’atto terroristico non è coerente con gli scopi della rivoluzione, quindi censurabile. Insomma: la violenza accettabile è solo quella delle masse che si sollevano contro la propria oppressione. Ma queste masse, l’abbiamo già visto, non sono rivoluzionarie. Per Malatesta sarebbe addirittura un errore (leggiti Sindacalismo e Anarchismo, in Scritti III, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 162-163) scambiare la prassi sindacale e la sua forma più estrema di lotta, lo sciopero generale, per un atto rivoluzionario. E’ un momento fondamentale di crescita solidaristica del proletariato, certo; ma la rivoluzione si realizza - non dimentichiamoci che Malatesta è un insurrezionalista – solo con l’insurrezione armata.
Questa la contraddizione che Malatesta, pur dedicandoci tutti gli ultimi anni della sua vita, non supererà mai veramente.
Rivoluzionaria è una minoranza agente e cosciente, ma il cui immaginario è abitato da un idea semplicistica della violenza rivoluzionaria: quella per la presa del potere. Minoranza che cade, come hanno fatto i bolscevichi, nel “paradosso delle conseguenze”. Ottiene cioè il contrario di quanto si prefigge. Per instaurare la libertà, realizza la tirannide.
Da questa empasse uscirà, a mio avviso, anche attraverso l’esperienza della rivoluzione libertaria spagnola, Camillo Berneri.
Ma questa, te l’ho già detto, è un’altra storia. Adesso non ho voglia di raccontartela.


















