Diogene di Sinope, discepolo e successore di Antistene alla scuola filosofica post-socratica da questi fondata, era soprannominato Kyon. Cane in greco. I seguaci e i rappresentanti di tale scuola furono di conseguenza chiamati con il genitivo di cane: Kynòs. Cinici.
Per i seguaci della scuola di Antistene, l’unico bene era l’indipendenza. Così i cinici si ribellavano ai consueti valori della società, anteponendo ai costumi e alle leggi l’autosufficienza di una vita povera ma libera. (Splendida la raccolta fatta da Luciano Parinetto degli aforismi dei primi cinici che stampa alternativa ha pubblicato con il titolo di “il vangelo dei cani”).
Ecco. A proposito di cani e di fumetti. Quando avevo letto i primi due volumi di Salvo D’Agostino (SS35 dei giovi primo e secondo tratto), non ricordo: circa la fine del 2004, mi ero appuntato più o meno queste righe: è bravo Salvo, cazzo se è bravo! e soprattutto sincero. Ha freschezza e originalità di tratto, una morbidezza che subito simpatizza. Ma non riesce a farmi innamorare. C’è come un freno che gli impedisce di arrivare a un livello universale. La sua ossessione, la sua radicale paura di invecchiare, di non riuscire a controllare la vita che comunque accade, restano sempre e squisitamente solo sue. Il ricorrente utilizzo delle canzoni di De Andrè non è, come è sembrato ad alcuni, uno snobismo stereotipato quanto un laconico espediente narrativo per risolvere un problema di debolezza narrativa: non riuscendo a dire che in modo soggettivo e personale la propria esperienza, utilizza le parole di un sommo poeta per commentare e attribuire a quanto ci sta raccontando carattere universale.
Ora. Passato un anno e mezzo abbondante ho tra le mani SS35 dei giovi terzo tratto.

Secoli.
Il Salvo che mi aveva ispirato quelle note non c’è più. C’è uno sperimentatore pieno di idee grafiche e anche narrative; c’è un autore, con una precisissima posizione teorico-ideologica sulla propria opera e con il coraggio/volontà di gridarla nell’unico modo che sa e che gli interessa: fare, appunto, fumetti. Unica possibilità per farli come vuole è rinunciare ad ogni compromesso con quel bastardo del mercato, cioè rinunciare (dolorosamente) a trasformare il suo fare fumetti in un lavoro… . Difendere cinicamente la propria indipendenza espressiva, senza cadere nella trappola della professionalità, parola fetida con la quale si copre sempre la propria resa alle necessità alimentari, perchè il fumetto è per Salvo esistenza e non si scende a compromessi con la propria esistenza.
L’arte può impegnare un’intera vita, può consumare un’intelligenza, ma non può ontologicamente mai diventare una professione. Deve restare diletto. Non lo so se il fumetto è arte. L’ho già detto non so cos’è l’arte. Però cazzo!, pensateci. La letteratura è fatta arte da chi la scrive, la pittura da chi la dipinge, la musica da chi la compone. Il fumetto deve essere fatto arte dai fumettari.
D’Agostino in questo suo nudo terzo capitolo si sveste di quella supponenza (probabilmente non l’ha mai avuta) che deriva a tanti fumettari dall’orgoglio ferito per un “presunto” talento misconosciuto, e invece di cercare d’accasarsi presso qualche editore da un tanto a tavola, realizza in totale indipendenza e povertà pagine di diario così sentite, così a lui impellenti, da divenire universali. Certo. Il rischio di essere solo autoreferenziale lo corre, ma la differenza questa volta è che Salvo lo sa e contiene i danni: facendo diventare il limite della sua autobiografia la chiave per interpretare la realtà. Su questa strada sembra deciso ad andare avanti.
Che agli altri piaccia o meno.
A me piace.
Adesso però mi aspetto da Salvo grandi cose.
Se il “morbo di Pangloss” non vi ha ancora completamente devastati chiedete ai cani come avere i libri di Salvo.


















