Zusammenhang
martedì, 01 settembre 2009
 



“From this hour, freedom!  From this hour I ordain myself loos’d of limits and imaginary lines,  Going where I list, my own master, total and absolute,  Listening to others, and considering well what they say,  Pausing, searching, receiving, contemplating,  Gently, but with undeniable will, divesting myself of the holds that would hold me.”

Walt Whitman - Song of the Open Road
 
 
 
Berlino. Wedding.
Tardo pomeriggio di un giorno di prima metà d’agosto.

Seduto a un tavolino del Wine&Geflugel, all’incrocio tra Malplaquetstrasse e Nazarethkirchstrasse, Boris (che poi sarei io) beve una Berliner Kindl alla spina e fuma la pipa mentre studia una carta stradale.

Leonida (che poi sarebbe mio figlio) beve un succo di pesca e sfoglia distrattamente la Lonely Planet dedicata alla Germania.

Poi mi dice.

-Dì papà… io non credo che dovremmo andare ad Amsterdam… Sai, adesso non penso proprio che mi interessi andare là tra i tuoi amici anarchici. Preferisco se facciamo la strada delle fiabe… quella che avevano fatto i fratelli Grimm quando poi hanno scritto il loro libro…

Quasi mi cade la pipa di bocca. -E questa dove l’hai pescata?- gli chiedo.

-L’ho letta qui sulla tua guida. Ho visto che Hameln è vicinissima a Hannover… allora mi dico, visto che a Hannover dobbiamo comunque andarci… non possiamo poi scendere verso Hameln e cominciare da lì a scendere tutta la strada delle fiabe? Vorrei proprio vedere com’è e se esiste davvero questa città…

-Certo che esiste. E’ sulle carte no?! - glielo faccio vedere sulla cartina dove sta Hameln – Poi, continuo, com’è lo sai no? Quante volte l’hai letta la favola del pifferaio magico?!... scusa.

-No! Se è segnata sulle carte non vuole dire niente… dobbiamo esserne sicuri… dobbiamo andare a vedere.

 Già. Logica ferrea quella dell’andare a vedere. Mia da sempre. Sa dove colpirmi mio figlio quando vuole qualcosa.

Andare a vedere. Era, se non sbaglio (e non sbaglio), il grande geografo anarchico Elisée Reclus che pensava che la conoscenza non si costruisce sulle carte ma attraverso lo spostamento. Solo se vai a vedere puoi conoscere qualcosa. Il resto, quello fatto sulle carte, al limite, è imparare.

 In un bellissimo libro del 1872, Roughing it (lo trovi in italiano standardadelphianamente tradotto con il titolo di In cerca di guai), Mark Twain usa, probabilmente per primo –quasi avesse letto Reclus- in lingua inglese, il termine vagabonding. Non riesco a tradurlo con “vagabondare”. C’è dentro molto di più della banale saggezza di stampo orientale, oggi tanto di moda, che ci fa sapere che lo scopo di chi viaggia non è arrivare.
Arrivare interessa ai turisti da weekend, sia pure lungo.
Non certo ai tipi come Mark Twain.

Lo tradurrei: andare a vedere senza per forza sapere cosa. Anche solo a verificare se quella cazzo di città, cui gli italieni aggiungono per pronunciarla una i, esiste davvero.

 Viaggiare è l’unico modo per ampliare il paradigma cui si conforma la nostra vita. Almeno durante le vacanze, appena abbiamo qualche giorno, spezzare il mortifero abbraccio delle nostre abitudini e delle nostre convinzioni, di quel bagaglio di stronzate che riteniamo necessarie a salvarci la vita e che invece, per undici mesi all’anno, ce la svuotano quotidianamente di senso.
Quando siamo in viaggio persino ordinare un pranzo è gravido di sorprendenti possibilità. Nella possibilità di cui quei pochi giorni all’anno che dedichiamo al viaggio sono ricchi, c’è l’essenza, il fertilizzante, di quella sorpresa mista a meraviglia che ci coglie davanti alla irriducibilità del reale.
 

In un altro libro, che mi sento di consigliarti, dedicato alla storia dei modelli del mondo, Franco Farinelli ci descrive lo scontro tra Ulisse e Polifemo come lo scontro tra chi si muove e chi sta fermo. Questo scontro è “l’opposizione originaria, il cui esito, favorevole alla mobilità, ha fatto di quest’ultima la condizione fondamentale per tutto quello che chiamiamo cultura” (p.94).

Se abitassimo un linguaggio, come sembrano credere quelli che venerano il verbo incarnato, potremmo anche vivere e conoscere senza muoverci. Ma noi abitiamo il mondo, ed è impossibile viverci e conoscerlo senza muoversi.

Dobbiamo muoverci e non possiamo eludere ciò di cui ti dicevo prima: il problema delle mappe e della “retorica cartografica”.

Trovo molto interessante e potrebbe darci spunti notevoli come lo hanno affrontato i geografi anarchici.

Ma torniamo a parlarne.

Forse.

borisbattaglia alle ore 22:28 | peripatetismi, principi di anarchia pura, ermeneutica bimba | commenti (2) | commenti (2) (popup) |
revolution rock
mercoledì, 06 maggio 2009
Ero lì, poco prima di cena, davanti a quella fottuta scatola ipnotica. Era maggio, per la prima volta quest’anno. E trasmettevano il concerto dei sindacati confederali. Ascoltando Castellitto recitare (male) le parole tradotte (male) in italiano di un’abusata, e tutto sommato insulsa, canzone di Lennon – sì, lo ammetto, reputo Imagine una canzone ridicola, giusta per qualche jingle pubblicitario-  ho capito che ha ragione mio figlio.
Sono un vecchio coglione inadeguato alla contemporaneità.
 
Infatti era circa la fine del 1979. Erano trenta anni fa, circa e io circa avevo dodici anni.  Qualcuno dei miei amichetti di allora, mi piacerebbe ricordarmi chi, mi passava una cassetta su cui aveva registrato una cosa che gli avevano portato fresca dall’Inghilterra e mi diceva essere una bomba.
‘Rcodiundio! Erano i Clash con quel gioiellino di London Calling.
Per le mie orecchie una rivoluzione. Nemmanco ben compresa allora, ma profondamente goduta nella voglia che mi suscitò di un’ancora e sempre più rivoluzionario suonare. Presi in mano la chitarra a causa di quel disco. Non andai molto lontano con quella chitarra in mano. Questa però è un'altra faccenda. Quello che importa è che fu allora, guardando le partiture di Spanish Bombs che capii che cosa è una struttura.
Un’opera fondamentale quel cazzo di disco. Quanto e più di tutti i testi strutturalisti e poi situazionisti e poi decostruzionisti che avrei letto almeno quasi dieci anni dopo.
 
Di lavoro, cioè per mettere insieme il pranzo con la cena, io mi occupo di pressofusione e processi estrusivi. Di un metallo in particolare: l’alluminio. Quello che faccio per guadagnare non ha niente a che vedere con il mondo in cui vorrei crescesse mio figlio. Invece, nonostante le mie intenzioni, mio figlio crescerà, come sono cresciuto io, nel mondo che volete voi.  Voi che per vivere raccontate storie,e non ve ne vergognate nemmeno… no, non di raccontarle male come fate, ma di raccontarle per guadagnarci.
Il fabbricante di storie a pagamento è uno dei principali elementi patogeni di quella pandemia religiosa che devasta la nostra contemporaneità: il bisogno eterodiretto di quotidiana consolazione narrativa. L’uomo, teologizzato dalla narrazione si lascia organizzare in chiese –non è un caso che le tre più grandi religioni abbiano il libro a loro fondamento- , e rinchiuso in queste società artificiali fatte di riti e abitudini, perde il contatto con la realtà.
Senza contatto con la realtà non può esserci rivoluzione. Senza rivoluzione non si entra nella modernità. E’ il problema di questo paese, così splendidamente narrato dal suo primoministro e dai suoi sociosemiologi, eternamente congelato nella contemporaneità.
Dicevo. Che per lavoro mi occupo di metalli. Forse voi non ve ne rendete conto ma senza metallo il mondo in cui vivete non avrebbe struttura. Se hai visto un forno fusore in attività lo sai che quelle strutture non sono neutre.
I resti dell’Aquila sono lì a dimostrartelo. Quelle strutture ti proteggono dal mondo, ma possono anche ucciderti.
Devi assumertene il rischio. Il problema è che spesso non lo sai; che quelle strutture malamente messe in piedi dai fabbricanti di storie a pagamento servono a tenerti prigioniero, bamboccione mio, qui, nella contemporaneità.
 
Mi dice mio figlio, alla mia ennesima osservazione di come ai miei tempi, cioè di quando ero ragazzino io, i fabbricanti di storie fossero migliori di quelli attuali in quanto facevano senza alcun intento didattico o pedagogico educazione alla vita, che non capisco niente dei tempi di adesso e che devo smetterla perché se mi rifugio nella nostalgia non riuscirò mai a capire niente. Mi fulmina, mi da dell’intellettuale cervellotico perso dietro a idee vecchie di almeno un secolo, roba da gente inattuale, come la musica di quel gruppo lì, che ascolto in continuazione, i Clash.
Non ci dormo.
Perché ha ragione.
Mi sono lasciato ingabbiare in quelle strutture narrative che credo di così ben conoscere. Nella più esiziale: quella di una mitica passata età dell’oro. Quella alimentata dalle teorie raffazzonate dei nuovi epici italiani di turno, della grande narrazione etica e mitica. E guardo a quel tempo – che mi fanno credere parli dell’oggi- senza rendermi conto che dell’oggi mi toglie ogni prospettiva.
Questo mi spiega, in fondo, non tanto il fallimento della politica di sinistra, quanto l’arrocco etico e pragmatico del movimento noglobal, a cui mi sento così vicino. Il nostro problema più grave, il morbo che ci ha portato all’incapacità di aspirare a un sistema globale di emancipazione, è la nostra autorappresentazione. Così ben coltivata dai fabbricanti di storie a pagamento.
Tutti più o meno di sinistra.
Proprio.
Non c’è da qualche parte un giovane gruppo di musicisti geniali e rivoluzionari capace di riaprimi gli occhi?
Sono trent'anni che  li aspetto. Esattamente gli stessi che aspetto la rivoluzione.
 
borisbattaglia alle ore 16:37 | inutilitĂ  della narrativa, architettura delle barricate, ermeneutica bimba, interpretazioni libertarie | commenti (13) | commenti (13) (popup) |
cosa centra la pagella
venerdì, 13 giugno 2008

Esterno. Giorno. Mattino presto.
La strada verso il Centro estivo.
Leonida. Boris. Durruti.
 
-Dì papà…
-Si?
-Ma se ci capita di entrare in qualche negozio di giocattoli… possiamo comprare uno dei personaggi di Indiana Jones?
-Mmmh… che ne dici se aspettiamo di vedere la pagella?
-No!  (si ferma deciso)… Ennò, adesso non cominciamo con questa storia della pagella…
-Come..?!
-Scusa, sei sempre tu che dici che i voti non contano, che non sono giusti… che a scuola non dovrebbero darli i voti…che la scuola dovrebbe essere diversa...
-…?
-…quindi cosa centra la pagella?!
 
 
Colpito mio caro anarchico da cortile. Colpito e affondato.

 

borisbattaglia alle ore 11:16 | ermeneutica bimba | commenti (5) | commenti (5) (popup) |
sta bruciando il Reichstag
martedì, 15 aprile 2008
 
“ Gli articoli 114, 115, 117, 118, 123, 124 e 153 della costituzione sono sospesi fino ad ulteriore avviso. È pertanto possibile: restringere i diritti di libertà personale, libertà di espressione, compresa la libertà di stampa, la libertà di organizzazione ed assemblea, la riservatezza di corrispondenza, posta, telegrammi e telefonate, ordinare perquisizioni e confische e limitare la proprietà, anche se questo non è altrimenti previsto dalla legge attuale”
Reichstagsbrandverordnung, 28 febbraio 1933
 
 
 
-         Dì papà… ma allora ha vinto Berlusconi?
-         Si… purtroppo sì
-         ... però dimmi, non è vero che allora andiamo in Spagna?
-         …?
-         L’avevi detto tu o la mamma, che se vinceva Berlusconi ce ne andavamo a vivere in Spagna… io non voglio andarci, non voglio cambiare scuola…
-         No, non ti preoccupare, non ce ne andiamo… restiamo qui… c’è del lavoro da fare… bisogna cominciare con lo sgombrare le macerie…
borisbattaglia alle ore 13:58 | architettura delle barricate, ermeneutica bimba | commenti (3) | commenti (3) (popup) |

 

La meglio graphicnovel che ho letto quest'anno. Me l'ha passata Leonida. Finita dieci minuti fa. Vero. E' cominciato da poco: l'anno. Ma io non ne leggo tante di gienne, credo di avere già esaurito la mia quantità annua.

Eppoi il giudizio di Leonida è insindacabile: Dì, papà. Ma questo libro è bellissimo. Ne ha scritti altri questo signore?

Boh!

Aah!! La musica  a palla sono le sonate di Beethoven eseguite da Brendel... roba da sbrodolo. Giuro.

borisbattaglia alle ore 16:07 | prassi dell ozio, ermeneutica bimba | commenti | commenti (popup) |
della necessitĂ  di dirsi marxisti
lunedì, 10 dicembre 2007

 

Stavo una merda.
Allora prendevo la bottiglia di Loch Lomond mi sbattevo sul divano e facevo partire il lettore dvd.
Dentro c’era Duck Soup.
Me lo guardavo e me lo bevevo. Mancava giusto un sigaro.
Ridevo come un bamba.
Allora arrivava Leonida.
-Dì papà che stai guardando?-
-I fratelli Marx-
-Fanno ridere?-
-Guarda.-
Allora guardavamo insieme.
Leonida rideva da non tenersi più. La sequenza finale era un’apoteosi.
Il divano diventava baluardo di libertà. Telecomandi vari, bottiglia, libri e giornalini il viatico per la vittoria.
Le nostre risate le bombe più belle, sotto cui vi seppellivamo.
Tutti.
 
 
Per la cronaca.
Ho scatenato un mostro.
Ci siamo già rivisti senza soluzione di continuità e senza alcun ordine cronologico
Animal Crakers
Un giorno alle corse
Una notte sui tetti
 
Poi verrà il resto.
borisbattaglia alle ore 12:39 | ermeneutica bimba | commenti (8) | commenti (8) (popup) |