Zeus, che era un dio di quelli che purtroppo non ne inventano più così – tutti tristi e virtuosi e soli anche quando sono in tre, se li sono inventati gli ultimi di dei, quelli che vanno per la maggiore oggi-; a Zeus gli piaceva un sacco fare sesso. Non andava tanto per il sottile lui: uomini donne giovani vecchie e animali, persino le sue figlie. Sì, Zeus si scopava proprio di tutto. Incestuoso senza sensi di colpa, fece all'amore persino con la sua figliola Persefone, nata da un suo precedente rapporto con la dea Demetra.
Persefone poi gli diede un figlio: Dioniso.
Zeus aveva anche una moglie gelosa e vendicativa che, lo sai, si chiamava Era. Quando Era viene a sapere del figlio di Persefone e Zeus, assolda i Titani per farsi vendetta. I Titani catturano Dioniso, lo fanno a pezzi e se lo cucinano ai ferri. Mentre banchettano sopraggiunge, attirato dal profumino della grigliata, Zeus. Appena scopre chi si stanno mangiando i Titani, da fuori di matto e li fulmina uno per uno, tutti. Poi raccoglie l’unica cosa rimasta di Dioniso, il cuore. Con questo prepara una dolce bevanda che fa bere alla sua nuova amante: Semele. Considera che per i Greci lo sperma era sangue raffinato dalle reni. Non ti stupire allora se quel nettare, ottenuto spremendo la sede principale del sangue, ingravida Semele che presto darà alla luce Dioniso.
Dioniso: padre e figlio di se stesso e pure spirito, anche se non santo, perché dalle ceneri rimaste della grigliata dei Titani nascerà la vite, dalla quale poi, va da sé, il vino. Bevanda spiritosa.
E c’era, quando ero giovane studente, un professorucolo di teologia che voleva spacciarmi la trinità come la grande novità cristiana.
Mavvià.
Non è di panzane teologiche ciò di cui voglio parlarti.
Bensì della misura del Mondo.
Il mito di Dioniso è la spiegazione semplice di quel concetto che Hofstadter ci mette, nell’ eterna ghirlanda brillante, più di millanta pagine a formulare.
Non importa che siano probabili o reali, perché il mondo esista i fatti che lo riguardano devono collocarsi in uno spazio logico. Devono cioè essere rappresentabili. Capisci? Se esiste, il mondo deve essere riducibile a un proprio modello. Le misure di questo modello non possono che essere lo spazio la durata e la ricorsività.
Se avrai la compiacenza di seguirmi, cercherò di spiegarti perché.
A Francesco I stava un po’ sul cazzo il fatto che sul trono del Sacro Romano Impero fosse stato eletto Carlo V e non lui.
Non per fare il marxista d’accatto, ma l’Asburgo aveva l’appoggio del più potente banchiere di quei tempi : Jacob Fugger, ai cui argomenti i grandi elettori erano molto sensibili.
Banalità di base numero uno: il tuo esercizio di voto, l’unico atto politico di cui a conti fatti sei capace, non vale una cippa di cazzo rispetto a quello di uno di quei grandi elettori, e non è li che sta, per quanto tu lo voglia credere, l’essenza della democrazia; come vedi si eleggevano anche gli imperatori. Oggi si eleggono i sultani.
Non starò qui a metterti linki. Per verificare l’attendibilità di quanto ti racconto basta il tuo manuale di storia delle superiori. Se ne hai voglia.
Banalità di base numero due: se sei sveglio e ti piace verificare che quello che leggi nella rete non sono cazzate (e nel 90% dei casi – compreso questo blog- lo sono), lo fai velocemente e con libertà.
Non crederci al mito dell’autorevolezza. Sono cazzate inventate dai preti e dagli accademici per farti fare i sonni belli. Più qualcuno è considerato autorevole e più usa quella mal guadagnata autorevolezza (quasi sempre in modo mafioso) per raccontarti panzane. L’attendibilità del tuo manuale di storia delle superiori sei in grado di verificarla? Quanto ti costerebbe indagarne e risalirne le fonti?
Molto più che per qualsiasi cosa letta sulla rete.
La nostra vita, se non vuoi essere uno spettatore televisivo (e i due terzi della popolazione lo è) è una continua estenuante ricerca e verifica delle fonti. Dal film che mi racconta il mio amico dietro una birra, al quale concedo di solito credito illimitato, e che se poi vedo scopro che lui in realtà non l’ha mai veduto e che mi stava spacciando il linko di quelche d'un altro; alle teorie storiografiche di De Felice. Nel secondo caso è un pochino più difficile. Ma puoi imparare a farlo.
Poi comunque la storia la sai. Francesco I e Carlo V continuano a farsi guerra (quattro volte? Verificalo se hai voglia, ti costa poco… se vuoi, al limite, ti spiego come si fa… cheddici magari ci facciamo una serata alla Scighera sul come si verificano le fonti… ne hai voglia?).
Durante la prima guerra contro l’impero ci fu quella famosissima battaglia, nei pressi di Pavia (era il 1525, credo… tu verificalo), in cui l’intera cavalleria francese fu spazzata via dagli archibugieri (potrei mettertelo qui un bel linko su alcuni splendidi versi dell’ Ariosto che raccontano la meraviglia causata da questa nuova arma… - trovateli: Orlando Furioso 28-30, XI) di Carlo V.
Tra gli ufficiali francesi cadde anche quel maresciallo (oddio!... era maresciallo? Controlla tu, io faccio che lo era) Jacques de La Palice che passerà alla storia perché poco prima di morire era vivo.
Banalità di base –assolutamente questa non lapalissiana- numero tre: il senso profondo della rete non è la sua iterazione, non sono i linki. E’ il duro colpo che essa porta alla proprietà intellettuale.
Cioè.
La Palice oltre a essere un grande militare era un gran bell’uomo, piaceva alle donne e faceva invidia agli uomini.
Quando morì in quella assurda carica; cavalleresca certo ma folle contro il presente dei nuovi belissimi –sì bellissimi anche se dispensatori di morte- archibugi, quando morì, dicevo, gli scrissero una canzone, che suonava più o meno così:
« Hélas, La Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
hélas, s'il n'estoit pas mort
il ferait encor envie. »
Poi, qualcuno poco dotato oppure che non consceva il francese (come i nostri traduttori di fumetti), oppure che, come è giusto e come lo è stato per millenni, nemmeno per il cazzo che si preoccupava di filologia e diritti siae, cantandola storpiò , con la sua pronuncia barbara, l’ultimo verso così : s’il n’estoit pas mort… il serait encor en vie.
Ci fosse stato un linko come si doveva, con la sua bella autorevolezza, a mostrare a quel libertario coglione di maneggiatore di canzoni altrui la sacralità della verità del testo, non avremmo banalità lapalissiane.
E qui mi spiego con quel mio simpatico lettore che lassotto, da qualche parte, nel post precedente mi dava del cretino (forse di talento); scandalizzato, lui!, dal fatto che paragonassi il mio terminale a un arma d’assalto. Il mio terminale, i miei quattro terminali, collegati in banda stralarga, mi permettono di partecipare all’assalto globale che il mondo degli uomini liberi sta conducendo contro quell’assurda arrugginita catena, primo tassello di questo mondo sbagliato, che è il diritto d’autore.
I linki, quei cosi lì che formerebbero le maglie della rete , sono fatti meccanici. Sequenziali. Gerarchici. Forse è per questo che abbisognano di autorevolezza.
Ci ho messo un po', ma oggi ne sono profondamente convinto (e ti prego: smontala perchè è una convinzione aperta a intelligenti argomentazioni): la rete non è uno gnommero, non va districata; la rete è (ti ripeto, non fidarti della bibliografia di Metitieri, leggilo Levy!) un sistema neuronale. In un sistema neuronale non c’è un neurone che comanda sugli altri, non c’è un neurone che scrive la guida verde del Touring per i borghesi e la Lonely Planet per gli alternativi, per trovare itinerari e posti da vedere. Eppure ogni rete neuronale, come il cervello, funziona. Nella rete, come nel tuo cervello, gli itinerari si compongono nell'uso, lo scambio di informazione non si svolge sequenzialmente, ma tende a dissolvere ogni possibilità di gerarchia, è sovrapponibile, aleatorio, rischioso. Ecco.
Probabilmente, quando cerchi autorevolezza, è come se cercassi i cerotti prima di ferirti, per la paura di farti male.
Ma.
Dioporco!
Sanguinare da tutti i posti in cui ti colpiranno è proprio il prezzo minimo da pagare per essere liberi.
Ero lì, poco prima di cena, davanti a quella fottuta scatola ipnotica. Era maggio, per la prima volta quest’anno. E trasmettevano il concerto dei sindacati confederali. Ascoltando Castellitto recitare (male) le parole tradotte (male) in italiano di un’abusata, e tutto sommato insulsa, canzone di Lennon – sì, lo ammetto, reputo Imagine una canzone ridicola, giusta per qualche jingle pubblicitario- ho capito che ha ragione mio figlio.
Sono un vecchio coglione inadeguato alla contemporaneità.
Infatti era circa la fine del 1979. Erano trenta anni fa, circa e io circa avevo dodici anni. Qualcuno dei miei amichetti di allora, mi piacerebbe ricordarmi chi, mi passava una cassetta su cui aveva registrato una cosa che gli avevano portato fresca dall’Inghilterra e mi diceva essere una bomba.
‘Rcodiundio! Erano i Clash con quel gioiellino di London Calling.
Per le mie orecchie una rivoluzione. Nemmanco ben compresa allora, ma profondamente goduta nella voglia che mi suscitò di un’ancora e sempre più rivoluzionario suonare. Presi in mano la chitarra a causa di quel disco. Non andai molto lontano con quella chitarra in mano. Questa però è un'altra faccenda. Quello che importa è che fu allora, guardando le partiture di Spanish Bombs che capii che cosa è una struttura.
Un’opera fondamentale quel cazzo di disco. Quanto e più di tutti i testi strutturalisti e poi situazionisti e poi decostruzionisti che avrei letto almeno quasi dieci anni dopo.
Di lavoro, cioè per mettere insieme il pranzo con la cena, io mi occupo di pressofusione e processi estrusivi. Di un metallo in particolare: l’alluminio. Quello che faccio per guadagnare non ha niente a che vedere con il mondo in cui vorrei crescesse mio figlio. Invece, nonostante le mie intenzioni, mio figlio crescerà, come sono cresciuto io, nel mondo che volete voi. Voi che per vivere raccontate storie,e non ve ne vergognate nemmeno… no, non di raccontarle male come fate, ma di raccontarle per guadagnarci.
Il fabbricante di storie a pagamento è uno dei principali elementi patogeni di quella pandemia religiosa che devasta la nostra contemporaneità: il bisogno eterodiretto di quotidiana consolazione narrativa. L’uomo, teologizzato dalla narrazione si lascia organizzare in chiese –non è un caso che le tre più grandi religioni abbiano il libro a loro fondamento- , e rinchiuso in queste società artificiali fatte di riti e abitudini, perde il contatto con la realtà.
Senza contatto con la realtà non può esserci rivoluzione. Senza rivoluzione non si entra nella modernità. E’ il problema di questo paese, così splendidamente narrato dal suo primoministro e dai suoi sociosemiologi, eternamente congelato nella contemporaneità.
Dicevo. Che per lavoro mi occupo di metalli. Forse voi non ve ne rendete conto ma senza metallo il mondo in cui vivete non avrebbe struttura. Se hai visto un forno fusore in attività lo sai che quelle strutture non sono neutre.
I resti dell’Aquila sono lì a dimostrartelo. Quelle strutture ti proteggono dal mondo, ma possono anche ucciderti.
Devi assumertene il rischio. Il problema è che spesso non lo sai; che quelle strutture malamente messe in piedi dai fabbricanti di storie a pagamento servono a tenerti prigioniero, bamboccione mio, qui, nella contemporaneità.
Mi dice mio figlio, alla mia ennesima osservazione di come ai miei tempi, cioè di quando ero ragazzino io, i fabbricanti di storie fossero migliori di quelli attuali in quanto facevano senza alcun intento didattico o pedagogico educazione alla vita, che non capisco niente dei tempi di adesso e che devo smetterla perché se mi rifugio nella nostalgia non riuscirò mai a capire niente. Mi fulmina, mi da dell’intellettuale cervellotico perso dietro a idee vecchie di almeno un secolo, roba da gente inattuale, come la musica di quel gruppo lì, che ascolto in continuazione, i Clash.
Non ci dormo.
Perché ha ragione.
Mi sono lasciato ingabbiare in quelle strutture narrative che credo di così ben conoscere. Nella più esiziale: quella di una mitica passata età dell’oro. Quella alimentata dalle teorie raffazzonate dei nuovi epici italiani di turno, della grande narrazione etica e mitica. E guardo a quel tempo – che mi fanno credere parli dell’oggi- senza rendermi conto che dell’oggi mi toglie ogni prospettiva.
Questo mi spiega, in fondo, non tanto il fallimento della politica di sinistra, quanto l’arrocco etico e pragmatico del movimento noglobal, a cui mi sento così vicino. Il nostro problema più grave, il morbo che ci ha portato all’incapacità di aspirare a un sistema globale di emancipazione, è la nostra autorappresentazione. Così ben coltivata dai fabbricanti di storie a pagamento.
Tutti più o meno di sinistra.
Proprio.
Non c’è da qualche parte un giovane gruppo di musicisti geniali e rivoluzionari capace di riaprimi gli occhi?
Sono trent'anni che li aspetto. Esattamente gli stessi che aspetto la rivoluzione.
Nome: boris battaglia Boris Battaglia non fa un cazzo da anni. Anni in cui è moderatamente invecchiato. Vive purtroppo a Milano, da cui fugge appena può. Ha un figlio, un cane e una cattiva reputazione. Ama e pratica la boxe e il nuoto, maneggia i coltelli e non lo stanca mai il camminare. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile.
Fuma la pipa. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha fondato con otto amici nel lontano 1998 l’unica casa editrice italiana di fumetti veramente seminale: Rasputin! Libri. La casa editrice non esiste più. Lui continua a portare scarponi comodi. Progetta da anni un lungo viaggio dal Cairo a Citta del Capo a piedi. Avendo sempre gli scarponi comodi, prima o poi parte.
"Mi sono fermamente tenuto, dottore in niente, lontano da ogni parvenza di partecipazione agli ambienti che passavano allora per intellettuali o artistici. Confesso che il mio merito a questo riguardo era assai temperato da una grande pigrizia, come pure dalle mie scarsissime attitudini ad affrontare le fatiche di simili carriere"
Guy Debord - Panegirico, Tomo I