martedì, 15 settembre 2009
mercoledì, 06 maggio 2009
Ero lì, poco prima di cena, davanti a quella fottuta scatola ipnotica. Era maggio, per la prima volta quest’anno. E trasmettevano il concerto dei sindacati confederali. Ascoltando Castellitto recitare (male) le parole tradotte (male) in italiano di un’abusata, e tutto sommato insulsa, canzone di Lennon – sì, lo ammetto, reputo Imagine una canzone ridicola, giusta per qualche jingle pubblicitario- ho capito che ha ragione mio figlio.
Sono un vecchio coglione inadeguato alla contemporaneità.
Infatti era circa la fine del 1979. Erano trenta anni fa, circa e io circa avevo dodici anni. Qualcuno dei miei amichetti di allora, mi piacerebbe ricordarmi chi, mi passava una cassetta su cui aveva registrato una cosa che gli avevano portato fresca dall’Inghilterra e mi diceva essere una bomba.
‘Rcodiundio! Erano i Clash con quel gioiellino di London Calling.
Per le mie orecchie una rivoluzione. Nemmanco ben compresa allora, ma profondamente goduta nella voglia che mi suscitò di un’ancora e sempre più rivoluzionario suonare. Presi in mano la chitarra a causa di quel disco. Non andai molto lontano con quella chitarra in mano. Questa però è un'altra faccenda. Quello che importa è che fu allora, guardando le partiture di Spanish Bombs che capii che cosa è una struttura.
Un’opera fondamentale quel cazzo di disco. Quanto e più di tutti i testi strutturalisti e poi situazionisti e poi decostruzionisti che avrei letto almeno quasi dieci anni dopo.
Di lavoro, cioè per mettere insieme il pranzo con la cena, io mi occupo di pressofusione e processi estrusivi. Di un metallo in particolare: l’alluminio. Quello che faccio per guadagnare non ha niente a che vedere con il mondo in cui vorrei crescesse mio figlio. Invece, nonostante le mie intenzioni, mio figlio crescerà, come sono cresciuto io, nel mondo che volete voi. Voi che per vivere raccontate storie,e non ve ne vergognate nemmeno… no, non di raccontarle male come fate, ma di raccontarle per guadagnarci.
Il fabbricante di storie a pagamento è uno dei principali elementi patogeni di quella pandemia religiosa che devasta la nostra contemporaneità: il bisogno eterodiretto di quotidiana consolazione narrativa. L’uomo, teologizzato dalla narrazione si lascia organizzare in chiese –non è un caso che le tre più grandi religioni abbiano il libro a loro fondamento- , e rinchiuso in queste società artificiali fatte di riti e abitudini, perde il contatto con la realtà.
Senza contatto con la realtà non può esserci rivoluzione. Senza rivoluzione non si entra nella modernità. E’ il problema di questo paese, così splendidamente narrato dal suo primoministro e dai suoi sociosemiologi, eternamente congelato nella contemporaneità.
Dicevo. Che per lavoro mi occupo di metalli. Forse voi non ve ne rendete conto ma senza metallo il mondo in cui vivete non avrebbe struttura. Se hai visto un forno fusore in attività lo sai che quelle strutture non sono neutre.
I resti dell’Aquila sono lì a dimostrartelo. Quelle strutture ti proteggono dal mondo, ma possono anche ucciderti.
Devi assumertene il rischio. Il problema è che spesso non lo sai; che quelle strutture malamente messe in piedi dai fabbricanti di storie a pagamento servono a tenerti prigioniero, bamboccione mio, qui, nella contemporaneità.
Mi dice mio figlio, alla mia ennesima osservazione di come ai miei tempi, cioè di quando ero ragazzino io, i fabbricanti di storie fossero migliori di quelli attuali in quanto facevano senza alcun intento didattico o pedagogico educazione alla vita, che non capisco niente dei tempi di adesso e che devo smetterla perché se mi rifugio nella nostalgia non riuscirò mai a capire niente. Mi fulmina, mi da dell’intellettuale cervellotico perso dietro a idee vecchie di almeno un secolo, roba da gente inattuale, come la musica di quel gruppo lì, che ascolto in continuazione, i Clash.
Non ci dormo.
Perché ha ragione.
Mi sono lasciato ingabbiare in quelle strutture narrative che credo di così ben conoscere. Nella più esiziale: quella di una mitica passata età dell’oro. Quella alimentata dalle teorie raffazzonate dei nuovi epici italiani di turno, della grande narrazione etica e mitica. E guardo a quel tempo – che mi fanno credere parli dell’oggi- senza rendermi conto che dell’oggi mi toglie ogni prospettiva.
Questo mi spiega, in fondo, non tanto il fallimento della politica di sinistra, quanto l’arrocco etico e pragmatico del movimento noglobal, a cui mi sento così vicino. Il nostro problema più grave, il morbo che ci ha portato all’incapacità di aspirare a un sistema globale di emancipazione, è la nostra autorappresentazione. Così ben coltivata dai fabbricanti di storie a pagamento.
Tutti più o meno di sinistra.
Proprio.
Non c’è da qualche parte un giovane gruppo di musicisti geniali e rivoluzionari capace di riaprimi gli occhi?
Sono trent'anni che li aspetto. Esattamente gli stessi che aspetto la rivoluzione.
a tutti i coglioni felici di essere nati in una qualche parte, e convinti di esserselo meritato...
Moi en mieux, ne ho letto sabato su gli INROCCUTTIBILI e non riesco a smettere di ascoltarlo.
martedì, 22 gennaio 2008
Ho un debole per i fumetti. Lo sapete. E per tutto il mondo che ci gira attorno. Perdo tempo, e tanto, a leggermi i blog di tutti i fumettari o supposti tali d’Italia e d’oltralpe. Tra i miei preferiti – per motivi che non sto qui a elencare dato che sarebbero poco lusinghieri per l’autore- ce n’è uno in cui leggo questa definizione: “anello per il pene”.
Rido, come sempre quando rido, come uno scemo.
Lo stridere di una cosa così perbene come il pene che si infila in una cosa così permale come un anello da cazzo mi ha fatto tornare in mente una cosa scritta dal sommo Gioacchino, e siccome sono un allegro bestemmiatore mi diverto a recitarvela:
ER PADRE DE LI SANTI
Er cazzo se pò dì radica, ucello,
Cicio, nerbo, tortore, pennarolo,
Pezzo-de-carne, manico, cetrolo,
Asperge, cucuzzola e stennarello.
Cavicchio, canaletto e chiavistello,
Er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
Attaccapanni, moccolo, bruggnolo,
Inguilla, torciorecchio, e manganello.
Zeppa e batocco, cavola e tturaccio,
E maritozzo, e cannella, e ppipino,
E ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.
Poi scafa, canocchiale, arma, bambino,
Poi torzo, cresscimmano, catenaccio,
Mànnola, e mi'-fratello-piccinino.
E te lascio perzino
Ch'er mi' dottore lo chiama cotale,
Fallo, asta, verga e membro naturale.
Quer vecchio de spezziale
Dice Priapo; e la su' moje pene,
Segno per dio che nun je torna bene
mercoledì, 09 gennaio 2008
Prima traccia. Fare a botte con Platone.
Il capitano, sarete tutti d’accordo e comunque è ovvio, si chiama Josef Teodor Korzeniowski. Se mi chiedete perché, e siete di quelli che vi piacerebbe raccontare storie, meglio per voi, cambiare il mestiere che, probabilmente (spero per i vostri possibili lettori) ancora non avete intrappreso.
Il capitano ha memoria che suo nonno era un astuto mercante d’ombra. Così diffusi, ancora alla fine del ‘800, tra le popolazioni dell’est. Chi è di voi che ha tirato in ballo Frazer e il ramo d’oro? Saprà, avendolo letto, che le popolazioni slave, per garantire stabilità agli edifici usavano murarci una persona viva. Nei tempi più civili questa pratica è stata sostituita dall’abitudine di seppellire nelle fondamenta dell’edificio l’ombra di un essere umano. C’erano mercanti che mettevano a disposizione- a fronte di cospicuo pagamento- degli architetti l’ombra di qualche disperato, alle volte anche la propria, e poi si dividevano con quel disperato, con percentuali ingiuste, il ricavato.
Ora.
Il nonno del capitano era uno di questi mercanti. Il capitano cresce diviso da questo dualismo. L’ombra è una cosa importante, perché dava da mangiare alla famiglia, ma dall’altra parte l’ombra è una cosa effimera: suo nonno non esitava a vendere la propria ogni volta che non trovava qualcuno disposto a cedergli la propria, sottolineando quale importanza ci dava.
Un giorno poi- decidiamo quando? Scriviamo una cazzo di biografia, anche per sommi capi, prima di continuare?- il capitano incontra quel burocrate ministeriale di Platone.
Dove e come cazzo lo incontra e come lo contestualizziamo, ce lo si inventa di sana pianta. Bel giochetto vero?
Platone è un cretino.
Per colpa delle sue teorie strampalate, riprese e trasformate in dogmi dal cristianesimo (leggersi Onfray), siamo convinti che le ombre ci discostino dalla conoscenza (quella puttanata del mito della caverna, ricordate?). Per chi discende da stirpe che sulle ombre ci fondava le fondamenta delle proprie case quella di Platone è una troiata, ne convenite, no?
Allora. Il capitano e Platone arrivano allo scazzo. Uno, quello che a noi ci piace, il capitano, dice che sulle ombra, sul simulacro si fonda la nostra conoscenza, e che di quello, cioè del mondo dobbiamo accontentarci. Platone dice che non è vero, che le ombre ci ingannano. Che la realtà è nel mondo delle idee, che noi ne siamo le ombre, che quella merda di dio –l’idea- è l’unica realtà. Quindi il Capitano vuole partire a esplorare il territorio dell’ombra, per dimostrare che non esistono le idee, che non è possibile trovare il confine da cui le idee gettano su di noi le loro ombre.
Trova un armatore. E sai come ci divertiamo a raccontare questa cosa.
Arruola una ciurma e parte. E anche qui ci divertiamo a raccontare, no?
Poi si ammala?
Perché?
Secondo me è epilettico. Ma probabilmente voi avete le vostre idee. Sentiamole.
E David B., per chi ama le citazioni colte, il grande illustratore dell’ombra può esserci d’aiuto per spiegare perché chi indaga l’ombra ha a che fare con quello strano sonno che può sembrare una crisi epilettica.
Adesso però mi sono rotto i coglioni.
Andate avanti voi. Se ci avete voglia. Senno, buttiamo tutto a cesso. Che tanto è uguale.