gli anarchici non volano
martedì, 15 dicembre 2009
borisbattaglia alle ore 00:07 | principi di anarchia applicata, principi di anarchia pura | commenti (4) | commenti (4) (popup) |
A sparare cazzate, visto la pletora di blog che c’è in giro, siamo capaci tutti. Alle mie amo metterci, a mo’ di zeppa, qualche libro. Se hai voglia puoi andarti a sfogliare:
 
i tre volumi di scritti malatestiani raccolti, con il titolo di Pagine di lotta quotidiana, tra il 1934 e il 1935 dagli anarchici riuniti a Ginevra attorno alle Edizioni del Risveglio, e ristampati anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975. Lo so. Sarebbe ora che qualcuno di questi editori volenterosi e libertari li ristampasse, magari in edizione critica. Se non li trovi, che lo so che è difficile recuperarli, puoi sempre leggerti l’antologia di scritti di Maltesta curata nel 1999 da Giampietro N. Berti nel bel volumetto edito da Eleuthera con il titolo di: Il buon senso della rivoluzione. Come ultima ratio puoi accontentarti anche del volume edito da Gwynplaine.
 
riguardo alla vita di Errico Malatesta posso dirti che ho amato moltissimo la biografia dedicatagli da Max Nettlau, e un po’ meno (per via della sua prosa) quella scritta da Armando Borghi.
 
sulla violenza anarchica ti consiglio di Luigi Fabbri, Influenze borghesi sull’anarchismo. Saggi sulla violenza, ripropostoci nel 1998 dalla benemerita Zero in Condotta.
 
di Proudhon non puoi fare a meno di leggere Filosofia della miseria, l’ultima edizione di cui ho traccia è però del 1975, quindi datti da fare in biblioteca; accompagnane la lettura con Miseria della filosofia di Marx, che –inutile dirlo: i marxisti sono molto più organizzati degli anarchici – trovi qui. Non sto nemmeno a dirtelo, ovvio, che di Proudhon devi leggerti anche Che cos’è la proprietà?, che se ti dai da fare, magari recuperi la bellissima edizione di Laterza del 1978, sennò va benissimo quella di Zero in Condotta del 2000.
 
di Marx dovresti necessariamente leggere il primo libro del Capitale, te lo trovi da solo vero?; ma se non ne hai voglia almeno quella veloce antologia pubblicata recentemente da DeriveApprodi.
 
sull’anarchismo in generale l’editore Lacaita ha pubblicato di Giampietro N. Berti, l’indispensabile Il pensiero anarchico dal settecento al novecento. Ovviamente non ti andasse di affrontarne le mille e rotte pagine puoi ripiegare, sempre di Berti, sul più agile Un’idea esagerata di libertà, recentemente ristampato da Eleuthera. Per quanto discutibili, personalmente adoro e ti consiglio A short history of anarchism di Max Nettlau (ne esiste un’edizione italiana, intitolata L’anarchismo attraverso i secoli  edito da  una piccola e preziosa casa editrice libertaria che si chiama Samisdatz – scrivigli e procuratela); L’idea anarchica di Cappelletti e il bellissimo L’Anarchia di Colin Ward.
 
per Kant, Hegel e Deleuze fai un po’ da solo. Ti basta un giro in libreria o in biblioteca.
borisbattaglia alle ore 14:07 | architettura delle barricate, principi di anarchia applicata, principi di anarchia pura | commenti (7) | commenti (7) (popup) |



Può anche darsi che Errico Malatesta avrebbe trovato interessante l’epistemologia evoluzionista teorizzata da Konrad Lorenz; il problema è che il cofondatore dell’etologia ne elabora i fondamenti negli anni sessanta del secolo scorso, quando Malatesta è morto da trent’anni.

Perché mai invece un anarchico razionalista e insurrezionalista come Malatesta, sempre preso dall’azione, avrebbe dovuto perdere tempo a conoscere il pensiero aforistico di un filosofo reazionario irrazionalista e apota come Nietzsche, il cui agire si limitava alle passeggiate lungo il lago di Poschiavo, questo non riesco a capirlo. Come sostiene Lukacs il tentativo nietzchiano – tentativo che lo porterà anche a un’apparentemente condivisibile rifiuto della metafisica cristiana- di affrancare l’uomo da quello che secondo lui era il “giogo” della storia e della razionalità, ebbe come risultato solo la sua- di Nietzsche- incapacità di leggere la realtà, e conseguentemente la natura umana.

Attribuire a Malatesta, a causa della sua mancata lettura di Nietzche e in opposizione alla visione emersoniana che Nietzsche eleborò della natura umana, la presupposizione di “un’essenza umana naturalmente volta alla fraternità e alla cooperazione”, che farebbe sì che, “eliminati comando statale e sfruttamento tutto si aggiusterebbe, più o meno spontaneamente, in un quadro armonico, coincidente con le pulsioni istintive dell’uomo”, è pericolosamente fuorviante.

Kropotkin sì, era assolutamente convinto, nel suo determinismo naturalistico, che l’evoluzione umana fosse indefinitamente progressiva e che compito della scienza fosse di renderci consci delle leggi costanti e naturali del mutuo apoggio tra gli uomini. Malatesta invece coglie perfettamente che, per quanto razionale e positivista, l’impostazione di un tale sistema chiude (e in buona misura disarma) l’anarchia in una sorta di deduzione necessitante. Malatesta sa, e lo scrive ripetutamente, che l’anarchia non è fondata su nessuna vera o supposta necessità naturale. Per lui l’anarchia è un’aspirazione umana che può realizzarsi solo attraverso la volontà. E sostenendo questo fissa, primo tra i pensatori libertari, una sostanziale distinzione epistemologica tra i giudizi di valore e quelli di fatto. L’anarchia non coincide con l’anarchismo. L’anarchia non è l’essere, è l’ideale, cioè il come le cose dovrebbero essere. L’anarchismo è l’aspirazione verso quel dover essere: è il voler essere. La volontà è il momento fondante dell' inesauribile cammino verso la libertà. Non è un caso che proprio tra il 1924 e il 1926 – in piena affermazione del regime fascista- Malatesta fondi e diriga la sua rivista più programmatica e teorica: Pensiero e Volontà.

Ora però, tirando in ballo la volontà umana quale più grande forza della storia umana, il discorso si complica e si fa problematico. Malatesta non se lo nasconde. E ancor meno se lo nasconderà Berneri – ma questa è un’altra storia.

Capisco che agli accoliti della nuova epica italiana necessitino di eroi e non di problemi. Non mi disturba se all’interno delle loro strutture narrative raccontano semplificandolo e disarmandolo facendone un mito,  il pensiero e l'azione anarchici. Mi disturba quando si fanno, in nome di una letteratura popolare maleintesa e da classifica, banalizzatori di un pensiero e di una riflessione epistemologica tra i più problematici tra quelli sociali e politici.

Allora. La volontà umana, dice Maltesta, è la più grande forza della storia e il presupposto irrinunciabile per cambiare la società. Ma c’è un problema. La volontà è stata ed è nella maggior parte delle volte, volontà di sopraffazione. Anticipando gli studi Lorenziani sull’aggresività, Malatesta critica il materialismo storico e la sua lettura della storia dell’umanità a storia della lotta di classe. La violenza è stata una costante nella storia degli uomini, non solo determinata dalla necessità di possedere i mezzi di produzione, ma anche e soprattutto per giungere al potere e sopraffare gli altri.

Malatesta rifiuta il modello antropologico kropotkiniano. L’uomo non cammina necessariamente verso la realizzazione dell’utopia. Perché è determinato, costretto, limitato, dalla propria natura animale e dall’azione di tutti gli altri uomini. Questo non fa di lui ovviamente nè un meccanicista hobbesiano nè un nichilista nietzschiano (la volontà di potenza nietzschiana non ha niente a che vedere con la libera volontà malatestiana).

Il presente, sa benissimo Malatesta, è continua mutazione casuale e violenta. L’anarchia non può dipendere da questa mutazione. Deve esserne, attraverso la volontà degli anarchici, la causa. L’anarchia non si può fare per forza –l’imposizione violenta diventa sempre, nonostante tutte le migliori intenzioni, dittatura- e non si farà di sua necessità – la natura degli uomini ne è ostacolo. Malatesta però non precipita in un qualche realismo contrattualista nè nella disperazione nichilista. Torna semmai a un certo illuminismo (anche leopardiano volendo: chè sarebbe interssante approfondire le teorie malatestiane sulla dicotomia tra natura e cultura alla luce dell'esoperienza poetica di Leopardi). All’impegno graduale nella dialettica sociale. Impegno che trasformi, lavorando e stratificando verità libertarie nelle pieghe contradditorie della società, la volontà di servaggio e di violenza in volontà di giustizia e libertà.

Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi e il manifestarsi di detta volontà”. Il programma anarchico, in E. Malatesta, Scritti II, Ginevra, 1935.

 
borisbattaglia alle ore 23:11 | architettura delle barricate, principi di anarchia applicata, principi di anarchia pura | commenti (2) | commenti (2) (popup) |




Mi prende la mano, questo discorso sull’Anarchia.
Pensavo di finirlo in fretta e invece mi sa che va per le lunghe. Ci cambio il titolo a questa cosa, così per vivacizzare un po’. Se ti annoi, puoi sempre andare a leggerti un fumetto.

La casa editrice Laterza pubblica, da un po’ di tempo nella collana dei suoi saggi tascabili, interviste agiografiche a vecchi santoni tanto incapaci di comprendere il presente quanto assolutamente indulgenti sul proprio passato.

Capita quindi che nel volumetto dedicato, dalla turiferaria di turno, all’autocompiacimento biografico di un baronetto accademico-marxista, mi succeda di leggere- in un discorso sui prodromi della berlusconizzazione dell’intellighenzia italo marxista, che partirebbe stando ad Asor Rosa, da un articolo di Bettino Craxi pubblicato nell’agosto 1978 sull’Espresso e dedicato pretestuosamente a Proudhon- … che mi tocchi, dicevo, leggere la descrizione asorosiana di Proudhon quale ideologo confuso e pasticcione.

Ora. E’ pacifico che a Craxi, lungi dall’averlo mai letto, dirsi proudhoniano servisse soltanto strumentalmente per contrapporsi al leninismo berlingueriano per attirarsi le simpatie degli intellettuali organici – in fondo si sa: gli intellettuali sono organici a chi li paga o appaga meglio, e Craxi aveva –come Berlusconi avrà- da distribuire puttane dollari e champagne. 

Altrettanto pacifico è che Asor Rosa non ha mai letto nulla di Proudhon; come, più o meno, Valerio Evangelisti, benché ne scriva prefazioni, non ha mai letto Malatesta.

Joseph Proudhon era un fottuto misogino. Aveva un’idea della donna che Berlusconi sembra una Germaine Geer. Questo è il suo vero limite e il motivo per il quale potremmo buttare a cesso buona parte del suo pensiero.

Ma.

Non era né confuso né pasticcione. Quello che i marxisti cattedratici non gli perdonano è di essere arrivato, da autodidatta, a capire ciò di cui ancora loro non riescono a liberarsi. Cioè che il movimento dialettico hegeliano nella sua struttura triadica (tesi-antitesi-sintesi) è un movimento totalitario. Le concezioni liberista e socialdemocratica della democrazia come sintesi degli opposti estremismi è un autoinganno borghese che ha sempre come conclusione  la sintesi in qualche festival sociale o televisivo poco cambia: sempre dispotico.

Il movimento dialettico pone solo antinomie. Cercare di annullarle in una sintesi, quale essa sia, è un atto fascista. O meglio, come ha capito Berlusconi, un atto economico.

Ora la taglio giù alla bruttodio, ma capisci che sia ai marxisti di ortodossa osservanza (per i quali il comunismo è la sintesi tra la tesi capitalista e l’antitesi socialista… come ben dimostra la realtà cinese), sia ai liberisti di monetaria osservanza (per i quali il capitalismo è la sintesi tra la tesi proprietaria e l’antitesi libertaria) il pensiero proudhoniano crea non poco fastidio. Se non c’è sintesi non puoi spacciare il tuo venderti come atto conseguente.

(continua)

borisbattaglia alle ore 23:18 | architettura delle barricate, principi di anarchia pura | commenti (4) | commenti (4) (popup) |



Mi lascia perplesso e incazzato che gli ultras del liberalismo confondano l’anarchia con l’arbitrio e non si rendano conto che quel diritto su cui invece si fonderebbe, secondo loro, quel liberalismo di cui sono sostenitori, è diritto sì, ma di così pochi da essere- alla resa dei conti- più arbitrio di quell’arbitrio che, appunto e secondo loro, starebbe a fondamento dell’anarchia. Arbitrio che al limite sarebbe (se ciò di cui blaterano fosse vero) arbitrio di tutti quindi diritto. In fondo non è mica da archetipi divini quanto piuttosto dall’incontro dell’arbitrio di ciascuno che nasce, per necessaria autoregolazione, il diritto.

Questi esegeti del liberalismo invece di ammettere che la subcultura berlusconiana non è un fortuito incidente ma il prodotto abbastanza conseguente del liberalismo capitalista, lo interpretano addirittura come il prodotto di un sistema sociale (purtroppo) mai realizzato (l’anarchia); non capisco se più per denigrare il berlusconismo o l’anarchia.

Uno dei loro maestri, quel Tocqueville con il cui pensiero gli esegeti del liberalismo non smettono di farsi i gargarismi… questo loro maestro –dico- sapeva già bene e con estrema chiarezza che tra il liberalismo democratico e la sua conseguenza estrema: il totalitarismo massmediatico, il confine è alquanto labile. La democrazia liberale, che già in Italia ha dimostrato come conseguentemente può scivolare nel fascismo, ancora più facilmente può strutturarsi in quello che Toqueville chiamava il “totalitarismo beneducato”. Per inciso: Berlusconi e i suoi cortigiani non sono particolarmente educati… ma siamo in Italia, dove la cultura dei geometri brianzoli è dominante da quaranta e passa anni (altro che quella dei chierici di sinistra!) e l’educazione o meno del sultano non eccepisce al suo dispotismo esteso e mite. Nessuno gli resiste. Gli uomini non sono degradati dalla costrizione, dal confino e dai tormenti,  ma dal cartellino del loro prezzo.

A onor del vero Tocqueville diceva che la democrazia liberale ha in se gli anticorpi per resistere a questa pestilenza. Può darsi. Non certo quella italiana. La storia del nostro paese non ci ha permesso di trovare il vaccino: oggi il berlusconismo è una malattia terminale del liberalismo italiano che ci porterà dritti alla catastrofe.

Tanti, troppi, persino quelli che scrivono e raccontano storie di pirati, lavorano per lui.

(continua)
borisbattaglia alle ore 23:20 | architettura delle barricate, principi di anarchia pura | commenti (2) | commenti (2) (popup) |



C’è addirittura chi considera questo nobile persiano, Otanes, come un antesignano dei pensatori libertari. Non è questo il punto.

Certa è però una cosa. Che nel pensiero di Otanes, almeno per come ce lo racconta Erodoto, era chiarissima la netta dicotomia tra il come le cose avrebbero dovuto essere e come invece attualmente stavano. Non potendo, per ovvia disparità di forza di convinzione, mutare completamente la situazione a favore del come le cose –cioè il governo della Persia- avrebbero dovuto essere, Otanes si accontentò di agire su di esse per quel tanto che servisse a garantire, almeno a lui e alla sua schiatta, la più totale libertà.

Non mi interessa sapere se già questa rivoluzionaria dichiarazione: "non voglio né obbedire né comandare", fatta più di duemilacinquecento anni prima della sua comparsa storica, sia riconducibile al paradigma dell’anarchismo. So però che quando Max Stefani -sul Mucchio di ottobre- parla di anarchia servile per indicare lo stato attuale di questo paese di merda nel quale ci è toccato vivere, dimentica comodamente –oltre al fatto di usare le parole con una leggerezza imperdonabile- che se il servilismo di questo paese ha una matrice essa è squisitamente liberistica, liberale, democratica e capitalista. Quello degli italiani, della maggioritaria corte berlusconiana è un perfetto servilismo di mercato. Di supermercato. Perché, nonostante le balle che ci propinano il mercato non è mai stato né sarà mai libero. Liberale, liberista o il cazzo che vuoi, ma mai, assolutamente mai, libero. Il problema di chi, come Stefani, usa a vanvera il termine “anarchia” è quello di chi vede come stanno le cose ma pensa che questo stato di cose non sia natura intrinseca –conseguenza ontologica direi – di quella stessa realtà fattuale.

In soldoni. Stefani, ma come lui i Travaglio, i Flores d’Arcais e tutti gli altri buoni e virtuosi borghesi, vedono il berlusconismo per l’oscenità che è ma non riescono a comprendere che esso non è una devianza anarcoide del liberalismo democratico, quanto piuttosto la naturale evoluzione del governo della loro maledetta classe sociale. Berlusconi è un male borghese, democratico, cattolico, liberale. C’entra un cazzo l’anarchia. Che ne è semmai il naturale nemico. Per capirlo ci sarebbero un po’ di luoghi comuni da spazzare via dai propri pregiudizi, difficile quasi quanto rinunciare a un paio di levi’s 501 o alle Camper, e cioè che non c’era nulla di buono nella repubblica democratica uscita dalla guerra civile. Che i germi del berlusconismo furono gettati da Togliatti e da De Gasperi e dal loro cattocomunistume persuasivo. Le cose avrebbero dovuto andare ed essere in modo ben diverso. Già allora.

Era ed è necessario essere anarchici per comprenderlo.

Sono solo borghesi, meglio dare – come sempre- la colpa agli anarchici. In fondo è una questione di episteme, e così arriviamo a Malatesta e al modo in cui Evangelisti lo disarma.

 
(continua)
  
borisbattaglia alle ore 22:39 | architettura delle barricate, principi di anarchia pura | commenti (1) | commenti (1) (popup) |