

Può anche darsi che Errico Malatesta avrebbe trovato interessante l’epistemologia evoluzionista teorizzata da Konrad Lorenz; il problema è che il cofondatore dell’etologia ne elabora i fondamenti negli anni sessanta del secolo scorso, quando Malatesta è morto da trent’anni.
Perché mai invece un anarchico razionalista e insurrezionalista come Malatesta, sempre preso dall’azione, avrebbe dovuto perdere tempo a conoscere il pensiero aforistico di un filosofo reazionario irrazionalista e apota come Nietzsche, il cui agire si limitava alle passeggiate lungo il lago di Poschiavo, questo non riesco a capirlo. Come sostiene Lukacs il tentativo nietzchiano – tentativo che lo porterà anche a un’apparentemente condivisibile rifiuto della metafisica cristiana- di affrancare l’uomo da quello che secondo lui era il “giogo” della storia e della razionalità, ebbe come risultato solo la sua- di Nietzsche- incapacità di leggere la realtà, e conseguentemente la natura umana.
Attribuire a Malatesta, a causa della sua mancata lettura di Nietzche e in opposizione alla visione emersoniana che Nietzsche eleborò della natura umana, la presupposizione di “un’essenza umana naturalmente volta alla fraternità e alla cooperazione”, che farebbe sì che, “eliminati comando statale e sfruttamento tutto si aggiusterebbe, più o meno spontaneamente, in un quadro armonico, coincidente con le pulsioni istintive dell’uomo”, è pericolosamente fuorviante.
Kropotkin sì, era assolutamente convinto, nel suo determinismo naturalistico, che l’evoluzione umana fosse indefinitamente progressiva e che compito della scienza fosse di renderci consci delle leggi costanti e naturali del mutuo apoggio tra gli uomini. Malatesta invece coglie perfettamente che, per quanto razionale e positivista, l’impostazione di un tale sistema chiude (e in buona misura disarma) l’anarchia in una sorta di deduzione necessitante. Malatesta sa, e lo scrive ripetutamente, che l’anarchia non è fondata su nessuna vera o supposta necessità naturale. Per lui l’anarchia è un’aspirazione umana che può realizzarsi solo attraverso la volontà. E sostenendo questo fissa, primo tra i pensatori libertari, una sostanziale distinzione epistemologica tra i giudizi di valore e quelli di fatto. L’anarchia non coincide con l’anarchismo. L’anarchia non è l’essere, è l’ideale, cioè il come le cose dovrebbero essere. L’anarchismo è l’aspirazione verso quel dover essere: è il voler essere. La volontà è il momento fondante dell' inesauribile cammino verso la libertà. Non è un caso che proprio tra il 1924 e il 1926 – in piena affermazione del regime fascista- Malatesta fondi e diriga la sua rivista più programmatica e teorica: Pensiero e Volontà.
Ora però, tirando in ballo la volontà umana quale più grande forza della storia umana, il discorso si complica e si fa problematico. Malatesta non se lo nasconde. E ancor meno se lo nasconderà Berneri – ma questa è un’altra storia.
Capisco che agli accoliti della nuova epica italiana necessitino di eroi e non di problemi. Non mi disturba se all’interno delle loro strutture narrative raccontano semplificandolo e disarmandolo facendone un mito, il pensiero e l'azione anarchici. Mi disturba quando si fanno, in nome di una letteratura popolare maleintesa e da classifica, banalizzatori di un pensiero e di una riflessione epistemologica tra i più problematici tra quelli sociali e politici.
Malatesta rifiuta il modello antropologico kropotkiniano. L’uomo non cammina necessariamente verso la realizzazione dell’utopia. Perché è determinato, costretto, limitato, dalla propria natura animale e dall’azione di tutti gli altri uomini. Questo non fa di lui ovviamente nè un meccanicista hobbesiano nè un nichilista nietzschiano (la volontà di potenza nietzschiana non ha niente a che vedere con la libera volontà malatestiana).
Il presente, sa benissimo Malatesta, è continua mutazione casuale e violenta. L’anarchia non può dipendere da questa mutazione. Deve esserne, attraverso la volontà degli anarchici, la causa. L’anarchia non si può fare per forza –l’imposizione violenta diventa sempre, nonostante tutte le migliori intenzioni, dittatura- e non si farà di sua necessità – la natura degli uomini ne è ostacolo. Malatesta però non precipita in un qualche realismo contrattualista nè nella disperazione nichilista. Torna semmai a un certo illuminismo (anche leopardiano volendo: chè sarebbe interssante approfondire le teorie malatestiane sulla dicotomia tra natura e cultura alla luce dell'esoperienza poetica di Leopardi). All’impegno graduale nella dialettica sociale. Impegno che trasformi, lavorando e stratificando verità libertarie nelle pieghe contradditorie della società, la volontà di servaggio e di violenza in volontà di giustizia e libertà.
“Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi e il manifestarsi di detta volontà”. Il programma anarchico, in E. Malatesta, Scritti II, Ginevra, 1935.

Mi prende la mano, questo discorso sull’Anarchia. Pensavo di finirlo in fretta e invece mi sa che va per le lunghe. Ci cambio il titolo a questa cosa, così per vivacizzare un po’. Se ti annoi, puoi sempre andare a leggerti un fumetto.
La casa editrice Laterza pubblica, da un po’ di tempo nella collana dei suoi saggi tascabili, interviste agiografiche a vecchi santoni tanto incapaci di comprendere il presente quanto assolutamente indulgenti sul proprio passato.
Capita quindi che nel volumetto dedicato, dalla turiferaria di turno, all’autocompiacimento biografico di un baronetto accademico-marxista, mi succeda di leggere- in un discorso sui prodromi della berlusconizzazione dell’intellighenzia italo marxista, che partirebbe stando ad Asor Rosa, da un articolo di Bettino Craxi pubblicato nell’agosto 1978 sull’Espresso e dedicato pretestuosamente a Proudhon- … che mi tocchi, dicevo, leggere la descrizione asorosiana di Proudhon quale ideologo confuso e pasticcione.
Ora. E’ pacifico che a Craxi, lungi dall’averlo mai letto, dirsi proudhoniano servisse soltanto strumentalmente per contrapporsi al leninismo berlingueriano per attirarsi le simpatie degli intellettuali organici – in fondo si sa: gli intellettuali sono organici a chi li paga o appaga meglio, e Craxi aveva –come Berlusconi avrà- da distribuire puttane dollari e champagne.
Altrettanto pacifico è che Asor Rosa non ha mai letto nulla di Proudhon; come, più o meno, Valerio Evangelisti, benché ne scriva prefazioni, non ha mai letto Malatesta.
Joseph Proudhon era un fottuto misogino. Aveva un’idea della donna che Berlusconi sembra una Germaine Geer. Questo è il suo vero limite e il motivo per il quale potremmo buttare a cesso buona parte del suo pensiero.
Ma.
Non era né confuso né pasticcione. Quello che i marxisti cattedratici non gli perdonano è di essere arrivato, da autodidatta, a capire ciò di cui ancora loro non riescono a liberarsi. Cioè che il movimento dialettico hegeliano nella sua struttura triadica (tesi-antitesi-sintesi) è un movimento totalitario. Le concezioni liberista e socialdemocratica della democrazia come sintesi degli opposti estremismi è un autoinganno borghese che ha sempre come conclusione la sintesi in qualche festival sociale o televisivo poco cambia: sempre dispotico.
Il movimento dialettico pone solo antinomie. Cercare di annullarle in una sintesi, quale essa sia, è un atto fascista. O meglio, come ha capito Berlusconi, un atto economico.
Ora la taglio giù alla bruttodio, ma capisci che sia ai marxisti di ortodossa osservanza (per i quali il comunismo è la sintesi tra la tesi capitalista e l’antitesi socialista… come ben dimostra la realtà cinese), sia ai liberisti di monetaria osservanza (per i quali il capitalismo è la sintesi tra la tesi proprietaria e l’antitesi libertaria) il pensiero proudhoniano crea non poco fastidio. Se non c’è sintesi non puoi spacciare il tuo venderti come atto conseguente.
(continua)

Mi lascia perplesso e incazzato che gli ultras del liberalismo confondano l’anarchia con l’arbitrio e non si rendano conto che quel diritto su cui invece si fonderebbe, secondo loro, quel liberalismo di cui sono sostenitori, è diritto sì, ma di così pochi da essere- alla resa dei conti- più arbitrio di quell’arbitrio che, appunto e secondo loro, starebbe a fondamento dell’anarchia. Arbitrio che al limite sarebbe (se ciò di cui blaterano fosse vero) arbitrio di tutti quindi diritto. In fondo non è mica da archetipi divini quanto piuttosto dall’incontro dell’arbitrio di ciascuno che nasce, per necessaria autoregolazione, il diritto.
Questi esegeti del liberalismo invece di ammettere che la subcultura berlusconiana non è un fortuito incidente ma il prodotto abbastanza conseguente del liberalismo capitalista, lo interpretano addirittura come il prodotto di un sistema sociale (purtroppo) mai realizzato (l’anarchia); non capisco se più per denigrare il berlusconismo o l’anarchia.
Uno dei loro maestri, quel Tocqueville con il cui pensiero gli esegeti del liberalismo non smettono di farsi i gargarismi… questo loro maestro –dico- sapeva già bene e con estrema chiarezza che tra il liberalismo democratico e la sua conseguenza estrema: il totalitarismo massmediatico, il confine è alquanto labile. La democrazia liberale, che già in Italia ha dimostrato come conseguentemente può scivolare nel fascismo, ancora più facilmente può strutturarsi in quello che Toqueville chiamava il “totalitarismo beneducato”. Per inciso: Berlusconi e i suoi cortigiani non sono particolarmente educati… ma siamo in Italia, dove la cultura dei geometri brianzoli è dominante da quaranta e passa anni (altro che quella dei chierici di sinistra!) e l’educazione o meno del sultano non eccepisce al suo dispotismo esteso e mite. Nessuno gli resiste. Gli uomini non sono degradati dalla costrizione, dal confino e dai tormenti, ma dal cartellino del loro prezzo.
A onor del vero Tocqueville diceva che la democrazia liberale ha in se gli anticorpi per resistere a questa pestilenza. Può darsi. Non certo quella italiana. La storia del nostro paese non ci ha permesso di trovare il vaccino: oggi il berlusconismo è una malattia terminale del liberalismo italiano che ci porterà dritti alla catastrofe.
Tanti, troppi, persino quelli che scrivono e raccontano storie di pirati, lavorano per lui.
(continua)
C’è addirittura chi considera questo nobile persiano, Otanes, come un antesignano dei pensatori libertari. Non è questo il punto.
Certa è però una cosa. Che nel pensiero di Otanes, almeno per come ce lo racconta Erodoto, era chiarissima la netta dicotomia tra il come le cose avrebbero dovuto essere e come invece attualmente stavano. Non potendo, per ovvia disparità di forza di convinzione, mutare completamente la situazione a favore del come le cose –cioè il governo della Persia- avrebbero dovuto essere, Otanes si accontentò di agire su di esse per quel tanto che servisse a garantire, almeno a lui e alla sua schiatta, la più totale libertà.
Non mi interessa sapere se già questa rivoluzionaria dichiarazione: "non voglio né obbedire né comandare", fatta più di duemilacinquecento anni prima della sua comparsa storica, sia riconducibile al paradigma dell’anarchismo. So però che quando Max Stefani -sul Mucchio di ottobre- parla di anarchia servile per indicare lo stato attuale di questo paese di merda nel quale ci è toccato vivere, dimentica comodamente –oltre al fatto di usare le parole con una leggerezza imperdonabile- che se il servilismo di questo paese ha una matrice essa è squisitamente liberistica, liberale, democratica e capitalista. Quello degli italiani, della maggioritaria corte berlusconiana è un perfetto servilismo di mercato. Di supermercato. Perché, nonostante le balle che ci propinano il mercato non è mai stato né sarà mai libero. Liberale, liberista o il cazzo che vuoi, ma mai, assolutamente mai, libero. Il problema di chi, come Stefani, usa a vanvera il termine “anarchia” è quello di chi vede come stanno le cose ma pensa che questo stato di cose non sia natura intrinseca –conseguenza ontologica direi – di quella stessa realtà fattuale.
In soldoni. Stefani, ma come lui i Travaglio, i Flores d’Arcais e tutti gli altri buoni e virtuosi borghesi, vedono il berlusconismo per l’oscenità che è ma non riescono a comprendere che esso non è una devianza anarcoide del liberalismo democratico, quanto piuttosto la naturale evoluzione del governo della loro maledetta classe sociale. Berlusconi è un male borghese, democratico, cattolico, liberale. C’entra un cazzo l’anarchia. Che ne è semmai il naturale nemico. Per capirlo ci sarebbero un po’ di luoghi comuni da spazzare via dai propri pregiudizi, difficile quasi quanto rinunciare a un paio di levi’s 501 o alle Camper, e cioè che non c’era nulla di buono nella repubblica democratica uscita dalla guerra civile. Che i germi del berlusconismo furono gettati da Togliatti e da De Gasperi e dal loro cattocomunistume persuasivo. Le cose avrebbero dovuto andare ed essere in modo ben diverso. Già allora.
Sono solo borghesi, meglio dare – come sempre- la colpa agli anarchici. In fondo è una questione di episteme, e così arriviamo a Malatesta e al modo in cui Evangelisti lo disarma.

















