mercoledì, 20 maggio 2009

Insomma. E’ chiaro, da quanto detto fin’ora, che la teorizzazione razzista nasce in Italia contemporaneamente alle velleità coloniali.
Giovanni Bovio, docente di filosofia del diritto e fervente repubblicano, appena dopo la conquista di Massaua (1885) scrisse che l’Italia non aveva il diitto di lasciare le popolazioni del Corno d’Africa nell’”inciviltà”. Negava all’Abissinia il diritto d’essere barbara, di scannare gli esploratori europei, di essere serva del Negus feroce e di ignorare i progressi della scienza. L’unico modo per sbarbarire i negri di laggiù era, a suo avviso, il colonialismo. Mentre il socialista Pascoli inneggiava alla “grande proletaria” che andava in Cirenaica a sterminare i beduini per dare terre agli italici proletari.
Leggiti a proposito di questi e di ben più gravi atteggiamenti razzistici di intellettuali e coloni italiani nella bellissima antologia curata da Goglia e Grassi per Laterza nel 1981: Il colonialismo italiano da Adua all’impero.
Comprenderai quindi quanto si intensificherà la pubblicistica sull’argomento verso la fine degli anni venti e trenta, con l’avvicinarsi della nuova impresa coloniale (quella Etiope), sotto l’attenta regia propagandistica del regime.
La piccola bibliografia razziale (Ulpiano, 1939) curata da Guido Landra e Giulio Cogni, gli dedicò persino un capitolo intero chiamandolo “africanistica”.
Proprio in questo intervallo di tempo, cioè tra l’avvento al potere del fascismo e la campagna d’Etiopia, il razzismo –tramite il viatico dell’eugenetica- dall’antropologia si sposta nell’ambiente medico.
Nessun terreno avrebbe potuto essere più fertile della mentalità medica per la radicalizzazione delle idee razziste nel sostrato culturale italiano.
(continua.4)
Opportuno, alla luce degli ultimi eventi, riprendere il discorso.
Ti raccontavo, qui, di Giuseppe Sergi, antropologo e razzista italiano di fama rinomata, e ti dicevo di come le sue idee influenzarono la visione razziale e demografica del capo del fascismo.
Sergi era convinto che a partire dalla guerra franco-prussiana del 1870 la “specie europea” si fosse incamminata verso quello che lui chiamava l’abisso della decadenza. Il dramma della Prima Guerra Mondiale convinse questo luminare che i popoli europei avevano riportato danni biologici gravissimi e che fosse ormai assolutamente necessario arginare il danno per “conservare sana e integra la gran parte della popolazione sopravvissuta ai danni della guerra”. Una stirpe così provata dalla guerra era più facilmente esposta a un ulteriore grave pericolo: l’incrociamento delle razze cui anche l’Italia, grazie al suo recente colonialismo, andava incontro. Troverà, Sergi, un valido baluardo a questo decadimento nell'eugenica. Da qui partirà Pende, te ne ho già accennato, per quel capolavoro di razzismo che sfocerà nelle leggi del '38. Che non furono però un momento avulso dalla storia giuridica italiana. Ma il coronamento di un percorso che questo paese sembra riaccingersi a fare.
Infatti.
Renzo De Felice sostiene, nell’introduzione all’edizione tascabile della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi) che la necessità di regolare i rapporti tra gli italiani in Africa e le popolazioni locali, soprattutto per evitare il meticciato, fu avvertito dai legislatori italiani con la fondazione dell’impero fascista.
Non è vero.
La colonia d’Eritrea fu fondata nel 1890. Negli anni settanta di quel secolo (è in questi anni che si pongono le basi per l’avventura coloniale) Mantegazza dalla sua cattedra di antropologia già poneva la questione dei meticci e metteva in guardia dall’”incrociamneto delle razze”, che avrebbe portato non solo all’abbassamento delle razze superiori, ma anche a un pericoloso innalzamento delle razze superiori (leggiti la raccolta delle sue lezioni intitolata consanguietà e ibridismo). Sergi, nel 1897 pubblica un volume intitolato Africa in cui le fesserie sulla stirpe camitica si sprecano. Eccome. E pure le fesserie sul pericolo del meticciato.
Con il patrocinio intellettuale di così emeriti scienziati, nel 1909 viene approvato dal parlamento italiano un Codice Civile per l’Eritrea (effettivamente spesso disatteso) destinato a impedire le unioni miste per evitare il fenomeno del meticciato, ma che di fatto divideva in due categorie i sudditi residenti in Eritrea: di serie A i coloni italiani e di serie B, con valore pressoché di schiavi, gli eritrei.
Nel 1912 viene riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia. Durante la guerra italo-turca che porterà alla conquista italiana di Tripolitania e Cirenaica si distinse un certo generale Rodolfo Graziani il quale, con il tacito consenso del re e di Giolitti, sperimentò molto prima dei nazisti la deportazione in campi di concentramento di intere etnie, cominciando un vero e proprio genocidio che continuerà, per mano dell’altro degno generale: Badoglio, fino alla fine dell’impero fascista, e che costerà l’eliminazione di circa un ottavo (centomila morti su una popolazione di ottocentomila abitanti) della popolazione libica.
(3.continua)
borisbattaglia alle ore
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lunedì, 09 febbraio 2009
“Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne: quella che s’ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi.” Indro Montanelli, Corriere della Sera, 20 febbraio 1996
… inopinatamente riproposta da Stefani sull’ultimo numero del Mucchio.
Meno male che le ha perse tutte le battaglie, compresa quella in Abissinia per l’impero coloniale:
“Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno finchè non si sia data loro una civiltà….. non cediamo a sentimentalismi…niente indulgenze, niente amorazzi. Si pensi che qui debbon venire famiglie, famiglie e famiglie nostre. Il bianco comandi.”
Indro Montanelli, Civiltà Fascista, gennaio 1936.
martedì, 23 settembre 2008
Breve storia del razzismo italiano. 2
I padri fondatori: Giuseppe Sergi.

Giuseppe Sergi (1841-1936), antropologo e fondatore, nel 1883 della Società romana di antropologia, fu l’altro padre ufficiale del razzismo italiano. In una serie di studi pubblicati dall’editore Bocca di Torino tra il 1904 e il 1911, di cui vi risparmio il pietoso elenco, Sergi tentò –tra mille contraddizioni- la classificazione dei generi umani. Identificò, con scientifica fantasia, tre grandi gruppi nei quali si raccoglierebbero tutte le varietà razziali: l’ homo eurafricanus, l’homo asiaticus e l’homo americanus. Poi dopo la lettura di un mal compreso Darwin,Sergi cadde in pieno delirio poligenico - convinto cioè che queste tre principali varietà umane dovessero la loro origine a primati differenti -, e sostenne conseguentemente “la superiorità delle stirpi che abitano l’Europa, e che in genere si distinguono col carattere distintivo di uomo bianco in ogni gradazione”.
Pensa un po’!
Il Sergi però doveva essere un po’ distratto. Solo a questo punto si accorse di avere inizialmente classificato sotto il medesimo genere di homo eurafricanus sia gli europei che gli abitanti del continente africano. Il povero antropologo razzista si vide quindi costretto a correggere la sua teoria. Operò una netta divisione tra gli “eurafricani della varietà bruna e bionda” dai “negri d’Africa, quelli che comunemente sono ritenuti veri africani”.
–Per inciso le cazzate tra virgolette sono tutte parole sue-.
Ribattezzò questo secondo gruppo “afer niger” e sostenne che era “una divisione umana distinta” incapace di contribuire all’evoluzione sociale. L’altra, quella bianca, che Sergi collocava dal nord scandinavo al mediterraneo, sarebbe stata invece la “stirpe più diffusiva e più attiva, la più invaditrice, la più civilizzatrice, la più fine, la più umana…” .
La più umana! Ci sarebbe da riderne, se non fosse che queste idee le ritroveremo negli anni trenta sulla rivista Antieuropa di Roberto Suster, direttore anche della Agenzia Stefani (per chi non lo sapesse l’Ansa del regime fascista).
Suster nel 1930 era convinto che si stesse formando nel mondo “uno stato d’animo che supera la divisione particolare, creando una solidarietà di razza dipendente dal colore della pelle”; per spiegare ciò si rifaceva anche a Mantegazza, attualizzando la sua ipotesi dell’ineluttabilità dello scontro razziale, dovuto all’intimo contatto cui nei tempi attuali erano giunte le varie razze, e che si sarebbe concluso con la conseguente supremazia della razza bianca.
Una preoccupazione simile era sottesa anche alla politica demografica del regime. Mussolini aveva lanciato l’allarme che l’intera razza bianca avrebbe potuto “venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra”. I negri e i gialli sono alla porta? Si chiedeva il Duce e retoricamente si rispondeva che sì, erano alla porta, “e non soltanto per la loro fecondità, ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo”. Per impedire il decadimento della “razza bianca” era necessario, per Mussolini, incrementare la natalità (Benito Mussolini, Il numero come forza in Opera Omnia, La Fenice, 1958, vol. XXII pp.676-677).
Questo supposto decadimento delle razze caucasiche il capo del fascismo lo prendeva pari pari dalle idee del Sergi.
Ma lo vediamo alla prossima puntata. Che adesso sono stanco.
domenica, 21 settembre 2008
Prima di esaminare, come vi avevo promesso al capitolo cinque, nel dettaglio il pensiero di Nicola Pende, è opportuno fare un passo indietro di qualche decennio e affrontare da un'altra prospettiva la questione.
Breve storia del razzismo italiano.1
I padri fondatori: Paolo Mantegazza
La politica razziale fascista non fu, come è di moda affermare, semplicemente un tributo pagato all’alleanza con la Germania nazista. Vi è un preciso rapporto che intercorre tra la dottrina razzista teorizzata e applicata dal fascismo dal 1938 in poi e le teorie elaborate nell’ambito della scienza antropologica italiana almeno dal 1871. Coloro che si fecero sostenitori della politica razzista del regime si richiamarono infatti alle tradizioni teoriche e concettuali dei padri fondatori dell’antropologia italiana: Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi.
Guido Landra, assistente di antropologia all’Università di Roma nonché uno degli esponenti più “illustri” del razzismo fascista, quando nel 1939 stilerà con Giuseppe Cogni la Piccola bibliografia razziale(Ulpiano), non avrà remore a definire la bibliografia antropologica italiana ricchissima di utili notizie per lo studioso di “problemi razziali”.
Paolo Mantegazza fu medico e antropologo, deputato e senatore del Regno, fortunato scrittore di romanzetti a sfondo medico-antropologico oggi giustamente dimenticati ma di notevole successo nella seconda metà dell’ottocento; fondò a Firenze nel 1870 e resse fino alla sua morte (1910) la prima cattedra italiana di Antropologia.
Il 1870 può essere considerato, secondo me, l’anno di nascita del razzismo scientifico italiano.
Un certo confuso determinismo razziale era già presente nel Mantegazza negli anni cinquanta dell’ottocento, basti leggersi un libro come Fisiologia del piacere, che scrisse nel 1854. Dal 1870 però, il suo determinismo razziale perde ogni indefinitezza. L’esistenza delle razze diventa per lui un dato di fatto, al punto che le classifica in due grandi categorie: indefinitamente perfettibili e definitamene perfettibili. Quelle appartenenti a questa seconda categoria sarebbero, secondo il Mantegazza, razze inferiori assolutamente non in grado di perfezionarsi “per piccola intelligenza, per inerzia, per incapacità di assimilare idee altrui”. Neanche a dirlo, queste razze inferiori sarebbero tutte quelle non bianche.
Da queste premesse Mantegazza traeva, con rigore logico c’è da ammetterlo, la conclusione che le razze meno educabili sarebbero state destinate alla distruzione quando fossero venute a contatto con razze o popoli più “progrediti”. Sosteneva infatti che quando due razze di intelligenze troppo diverse venivano a trovarsi a contatto, la “razza inferiore” non accettava i benefici della civiltà, e li respingeva; così i suoi membri “non accettando la schiavitù, non possono nemmeno vivere in una specie di domesticità coi più forti, quindi questi occupano il terreno, e gli altri, sospinti, rinchiusi, finiscono per morire…”. Questa serie di cazzate e altri gioielli simili se avete voglia di misurarvici le trovate nella raccolta delle sue lezioni (Lezioni di antropologia. 1870 – 1910) pubblicate nel 1989 dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.
Agli inizi degli anni ottanta dell’ottocento l’Italia cominciò la sua avventura coloniale in Somalia.
Le idee di Mantegazza, che del colonialismo italiano furono corollario e giustificazione, si diffusero velocemente. E troveranno, come vedremo, il loro coronamento con tutta una serie di questioni eugeniche in quelle di Giuseppe Sergi e poi Nicola Pende.
Ma, lo abbiamo fatto fin'ora, continuiamo ad andare con calma.
(continua)
borisbattaglia alle ore
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Cercavo tra le mie carte alcuni documenti per citare correttamente- in un pezzo che vado a scrivere –inerente pure alla breve storia dell’eugenetica che sto tracciando su queste ippoghignee colonne- gli elementi di continuità tra il razzismo bio-antropologico di fine ottocento, le teorie eugenetiche di Pende, le leggi razziste del 1936 e quelle antisemite del ’38 e le attuali demenziali uscite di Maroni. Quelle sulla schedatura dei bimbi rom. Per inciso: siamo in pericolo signori miei.
Comunque.
Trovavo la trascrizione di questa conversazione.
Console: Lo sapete, onorevole, che le offerte di oro alla Patria dei gruppi e degli enti sono affluite in Federazione, da dove le abbiamo mandate alla Banca d’Italia. Sapete anche che qui un esperto le divide per caratura e peso. Lo sa, onorevole che tra i tanti oggetti c’è pure il medagliere del Duce. Lo abbiamo rimesso per primo.
Marinelli: Che gesto da parte del Duce! Magnifico.
Console: Certo, però… c’è una cosa un po’ antipatica: tra tutte le medaglie di oro purissimo ce n’è una… di volgarissima latta dorata.
Marinelli: Mettetela da parte, che danno volete che sia.
Console: il problema non è il danno in sé, è che si tratta della medaglia commemorativa del trattato con il Vaticano, quella che gli fu consegnata dal Papa in persona in quell’occasione… insomma, quei simpatici pretini hanno affibbiato al Duce una patacca!
Marinelli: Figli di cane…
Console: Pensa sia il caso di farlo sapere al Duce?
Marinelli: Non è cosa semplice… Ne parlo con il segretario del Partito… vediamo cosa ne pensa lui…
Il 18 dicembre 1935 è una giornata di merda. Piove che, come si suol dire, quel vostro porco dio la manda.
Gli italiani, le italiane in particolare donano le proprie fedi d’oro, e tutto quello che hanno e che vogliono basta che sia d’oro, alla Patria per finanziare la guerra d’Abissinia.
Anche il Duce non si esime. Dona tutto il suo medagliere.
Tra queste medaglie c’è quella in oro zecchino consegnatagli dal Papa Pio XI a imperituro ricordo della firma dei patti Lateranensi (11 febbraio 1929).
La convenzione finanziaria compresa nei patti accordava al Vaticano 750 milioni di lire in contanti e un miliardo in titoli di stato al cinque per cento.
A ricordo di ciò il Duce riceveva una patacca.
Più o meno nei termini che vi ho riportato si svolgeva una conversazione telefonica tra un console della Milizia e Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del PNF.
La conoscenza storica di questo fatto la dobbiamo ad alcune intercettazioni telefoniche dei servizi segreti fascisti.
Notare, di passaggio, come, anche tra i burocrati del regime, stronzate come quelle del Voi avessero preso piede!
Fonte:
l’unica cosa interessante che potete trovare in quel libro del cazzo del pessimo Petacco Arrigo che si intitola, Faccetta Nera, Mondatori, 2003 p. 113
un libro invece molto bello e serio è quello di Petra Terhoeven, Oro alla Patria, il Mulino, 2006.