sapere aude
domenica, 18 gennaio 2009

Momento fondamentale del nostro agitarci nel mondo è la rielaborazione teorica di questa prassi quotidiana. Lo so. E’ cosa che richiede una preparazione culturale adeguata (almeno le scuole dell’obbligo) e che passa necessariamente attraverso una formazione attiva il cui fondamento è l’esperienza consapevole di quella stessa prassi che ci è necessario analizzare.
Non affrontare consapevolmente questa rielaborazione ci lascia parcheggiati nel mero e banale uso della tecnica (di sopravvivenza): prigionieri di un circolo vizioso che ci impedisce l’incontro con la verità.
Lo spiegava, con parole di rara bellezza, Orazio in una lettera a Lollio Massimo (Epistole, I, 2, 40-43): “…sapere aude, incipe. Vivendi qui recte prerogat horam, rusticus exspectat, dum defluat amnis; at ille labitur et labetur in omne volubilis aevum”.
Esercitare CRITICA significa sapere che l’acqua del fiume scorre e scorrerà per sempre (non c’è nulla di mistico in quel sempre, è semplicemente da intendersi e limitarlo riferito alla durata della vita umana), quindi non aspettare che finisca di scorrere, ma cercare un guado. Trovarlo è poi solo un momento accessorio. L’importante è cercare.
La critica nasce per abiogenesi dall’incontro, nel brodo primordiale della comunicazione umana, dell’individuo con la narrazione. Ma il punto, come ti dicevo, è che questa abiogenesi, per scatenarla, sono necessarie alcune particolari condizioni.
Un po’ come per l’abiogenesi biologica teorizzata da Oparin e poi dimostrata sperimentalmente da Stanley Miller, la materia è lì poi succede questo e quello e spunta la vita.
Uguale.
Le storie sono lì, scorrono nel fiume lento della tecnica narrativa, e tu le leggi o le ascolti o le guardi. Quale catalizzatore trasforma il tuo galleggiare in questo fiume infinito in esercizio critico? In rielaborazione teorica? L’ho detto prima: cultura e consapevolezza. In una sola parola: filosofia.
Adesso non fraintendermi.
Butta a cesso l’idea che hai di filosofia: quella accademica, convenzionale, autoritaria, riassuntiva, spacciata da un qualsiasi Abbagnano.
Pensa semmai a un’attitudine concettuale e argomentativa di assoluta totale apertura verso prospettive originali che diventino – pur tenendone sempre presente la provvisorietà che tutto è e deve essere falsificabile- conseguenze per il proprio pensare e per il proprio agire.
Sarà per questo che non ho mai sentito, salvo rarissime eccezioni, un autore di fumetti fare affermazioni sensate sul proprio lavoro, né un critico di quelli accreditati come tali fare analisi sensate sulle proprie letture. Dalle loro affermazioni ti rendi conto che, convinti –anche a ragione- di possedere una solida tecnica e –a torto- che basti solo quella, non solo non possiedono le risposte giuste sul proprio lavoro, ma nemmeno mai si sono posti le domande necessarie. Evitano, come se fosse una grave malattia, di orientarsi nel pensiero e non sono nemmeno vagamente in grado di cogliere la natura del proprio fare e del proprio dire.
 
Fossi mai punto da vaghezza di sapere che sarebbe ciò che sucesse alla materia quando si originò la vita, ti suggerisco una bella, anche se difficile lettura: J.William Schopf, La culla della vita, Adelphi, 2003; invece per confrontarti con un idea un po’ diversa di filosofia rispetto a quella che ti hanno piantato in testa a scuola, potresti provare a leggere Ekkehard Martens, Fisofare con i bambini. Un’introduzione alla filosofia, Bollati Boringhieri, 2007; oppure Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi, 1999; se non temi il confronto con il pensiero reazionario, godibilissima lettura è Roger Scruton, Guida filosofica per tipi intelligenti, Cortina, 1998.
borisbattaglia alle ore 22:26 | struttura e fumetti, teoria di lettura dei fumetti | commenti (2) | commenti (2) (popup) |
La linea del fronte
domenica, 14 settembre 2008

L’antimodernismo dichiarato di chi attualmente governa l’Italia (in particolare verso la scuola e la contaminazione etnica) mi ricorda un altro rifiuto della modernità. Quello che caratterizzò le classi dirigenti europee tra il 1870 (vi faccio notare in volata una cosa che ci può interessare per ciò di cui andremo a chiacchierare tra qualche riga: la Terza Repubblica di Francia nasce esattamente l’anno dopo) e il 1914 e che sfociò, proprio a causa dell’incapacità del potere a capire e gestire la modernità, nella prima guerra mondiale.
Inevitabilmente le élites intellettuali borghesi, che a dispetto dei vantaggi che aveva portato alla loro classe si erano fatte portavoci della battaglia contro la modernità, considerarono quella guerra come l’unica opportunità per rigenerare una società che ritenevano, a causa proprio della modernizzazione tecnica scientifica e sociale, in piena decadenza (consiglio bibliografico: Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica, Donzelli, 2003; Angelo Ventrone, Piccola storia della Grande Guerra, Donzelli, 2005).
Per darvi un esempio. Scriveva quell’immane coglione di Filippo Tommaso Marinetti, proprio nel 1914, che “la guerra non può morire, perché è una legge della vita. Vita = aggressione. Pace universale = decrepitezza e agonia delle razze. Guerra = collaudo sanguinoso e necessario della forza di un popolo” (altro piccolo consiglio bibliografico: Angelo D'Orsi,I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Bollati e Boringhieri, 2005).
E siamo arrivati al punto.
Dove c’è qualcosa che non funziona. I soldati arrivati al fronte questo collaudo non lo trovano poi così necessario. Ci abbiamo noi un bel film di Monicelli a raccontarcelo. Però adesso parliamo di fumetti.
Allora.
Per capire perché questo collaudo sociale non funziona lo Stato Maggiore Francese decide di mandare al fronte un disegnatore che sappia ritrarre con la sua arte la verità della prima linea e dei soldati che là combattono. In modo che i generali e lo stronzissimo  Presidente Raymond Poincaré possano capire perché il popolo non sia poi così entusiasta di questa sanguinosa rigenerazione.
Non ci mandano però un Aurelio Montaldo qualsiasi. No. Ci mandano Van Gogh.
Questa è l’idea geniale del libro di Larcenet che si intitola: La Ligne de Front.
L’intero Stato Maggiore francese con a capo Poincaré (splendidamente caricaturato da Larcenet nella sua infinita arrogante piccolezza di burocrate nazionalista) decide, per comprendere il malumore e il disfattismo dei soldati al fronte, di inviare il caporale Van Gogh per realizzare una specie di reportage disegnato.
Ora. Tutti sappiamo che Van Gogh muore nel 1890.
Perché è accettabile, già all’inizio quando ancora non ne sappiamo il come mai (verrà spiegato, eccome, ma dopo un po’), che Van Gogh abbia tutte e due le orecchie e quel che più conta la vita nel 1914, senza fastidio alcuno, anzi con piacere sommo.
Forse perché è un fumetto? Vabbene, ma perché in un fumetto accettiamo quello che ci innervosirebbe altrove? Forse perché per sua natura il fumetto è libero, a differenza delle altre forme di narrazione, da quel noioso principio di imitazione del mondo che si chiama mimesi.
Forse perché il fumetto viene utilizzato per raccontare storie ben sceneggiate solo per una serie di circostanze storiche e politiche, forse perché il suo potere, la sua vera natura sta altrove.
Già ma dove?
Ce lo spiega Van Gogh/Larcenet dove sta. Come prima di lui ce lo avevano spiegato Hergè e Tardi. Ce lo spiega quando, più o meno verso tavole 6 e 7 (adesso non ricordo, ma dovrebbero corrispondere a pagine 8 e 9 dell’ edizione Dargaud), si tiene tra Van Gogh e Morancet, il generale che lo accompagna –suo malgrado, che come ogni moderno ma antimodernista generale è un perfetto cacasotto- una lunga conversazione splendidamente costruita a smontare il formato standard dell’editoria a fumetti francese: l’album.
Ora, quando Patrizia Mandanici mi dice che a Larcenet la gabbia non gliel’ha imposta nessuno… beh! io non capisco.
Uno. Perché se voleva dirmi che nessuno l’ha obbligato a lavorare per Dargaud, ecco! nemmeno a chi lavora per Bonelli o Astorina è stato imposto per decreto legge di farlo.
Due. Se invece voleva dirmi che gli editori francesi sono più illuminati dei nostri e danno libertà agli autori di scegliere quello da fare, beh! Balle. Li ho conosciuti anni e anni fa i manager redattori di Dargaud e Casterman.
Non capiscono un cazzo.
E non sanno nemmeno, come quelli italiani, leggere un bilancio, figurarsi fare previsioni di gestione, figurarsi poi rivoluzionare modi e tempi del prodotto che vendono. Vanno avanti così, con quello gli è stato detto è ciò che si è sempre fatto.
Sono gli autori che sanno usare le gabbie (i formati) standardizzati e rivoluzionarli, alle volte senza farsene quasi accorgere da quegli idioti – lo sono, in Francia come in Italia al 90%- che rivestono il ruolo di CAPIredattori.
Finché non è troppo tardi.
Ma.
Torniamo a noi. Cioè alla linea del fronte.
E a quella conversazione tra Van Gogh e il generale Morancet. Oltre a spiegarci come mai l’artista sia vivo vegeto e con tutte e due le orecchie attaccate ai lati della testa, Larcenet ci da una bellissima lezione di teoria.
Probabilmente queste due tavole le avete lette e rilette. Mi perdonerete quindi se ve le racconto lo stesso.
A un certo punto Morancet chiede al caporale Van Gogh come faccia a essere ancora vivo, quando le cronache lo davano per morto suicida nel 1890. Si stupisce il caporale che il generale non sia al corrente dei fatti. E non abbia mai sentito parlare dell’organizzazione “Tempesta sull’arte moderna”. (Vedete, sia detto tra noi, dove porta l’antimodernismo sentimentale degli ignoranti di potere!). Era presidente, allora –ma il nome Van Gogh non lo fa- Sadi Carnot (della fine che giustamente fece per mano di Sante Geronimo Caserio, fornaio, vi racconterò un giorno nella mia Storia dell’anarchia raccontata alle bambine delle scuole elementari* che mi piacerebbe, appena trovo l’editore, illustrata da Lorenzo Sartori), il quale assegnò a Van Gogh – in alternativa a una fucilazione alla schiena- la delicatissima missione di sradicare il Cubismo.
Perché vi chiedete? Perché da buon ignorante antimodernista Sadi Carnot era convinto che sua figlia di cinque anni disegnasse meglio di Braque e che quell’orribile scuola andasse estirpata. Adesso non state lì a menarla, che nel 1890 Braque aveva si e no otto anni.  E’ irrilevante. Ai fini del discorso teorico. Eppoi. Stiamo parlando di un fumetto! E come già abbiamo osservato queste cose nel fumetto non minano minimamente la verosimiglianza della storia. In fondo, poi, ci sta tutto nella verosimiglianza il confronto tra due bambini e l'invidia di un padre.
Infiltratosi tra gli artisti di quel movimento che poi si sarebbe chiamato cubismo, Van Gogh avrebbe dovuto farli fuori, con una palla nella testa, uno per uno. Ma sfortunatamente Van Gogh è uno che disegna, uno – come dice dopo aver preso a pugni il generale Morancet per alcune osservazioni inopportune sui suoi quadri- che ha “destructurè la nature, donnè un sens à la matiere”, è inevitabile quindi che resti affascinato dal loro lavoro. Ne consegue che invece di eliminarli li aiuti ad affermarsi.
Van Gogh pagherà questo con l’emarginazione, con la riduzione al silenzio, con la farsa del suo falso suicidio.
Ma questo non ci interessa. Interessa solo gli  ottusi adoratori della trama.
Quello che importa è il perché Van Gogh non portò a termine quella missione. Perché come ci dice lui: “je les ai vus de mes propres yeux dèstructurer l’espace, distordre la temporalité apparemment immuable de la matiére avec une facilité déconcertante... ils changeaint ce putain de monde !!! ».
Sta parlando del fumetto, mica di altro.
E’ ovvio. Perché è proprio a questo punto che Van Gogh interviene sulla realtà, prima salvando la vita a Morancet, poi commuovendo alle lacrime il gigantesco e brutale disertore Totor semplicemente dipingendo: “j’aime beaucoup chromatiser les masse et structurer l’espace avec ce jolies feuilles vertes…”.
Quando poi Van Gogh arriverà al fronte darà vita, con la sua arte, alla verità sulla guerra. Ritrarrà creandolo, e questo gli costerà consapevolmente (a differenza di Aurelio Montaldo che di niente si era reso conto) la sua di vita, il volto della guerra. Non ve le racconto perché sono pagine delicatissime e tragiche, se non le avete ancora lette ve le rovinerei.
Sappiate solo che Van Gogh, sotto i bombardamenti, crea dal nulla la realtà di quei bombardamenti.
Quando i suoi quadri verranno ritrovati, Presidente e generali non saranno in grado di comprendere quella realtà.
Parafrasando Peirce mi azzardo a dire che per Larcenet (e per me soprattutto) l’oggetto fumetto non è mai segno di qualcosa d’altro, ma è segno di ciò che è. Quindi il fumetto non è un atto di comunicazione, non è mai mimetico. Non è un caso che i generali alla fine della storia di Larcenet non riescano a capire niente dei disegni di Van Gogh.
 
(poi, con la terza parte di sbronze ed ermeneutica, chiudiamo lì la faccenda… per un po’)
 
 
*’rcodio! Piacerebbe me che capissero da subito che i cuori di regine e principesse meglio è se vengono spezzati, non da amori non corrisposti, ma da sei pollici di acciaio damascato.
borisbattaglia alle ore 22:48 | struttura e fumetti | commenti (8) | commenti (8) (popup) |

Non so più come dirlo.
Perché ogni volta che lo dico mi si ribatte che non posso chiedere alla casa editrice Bonelli un cambiamento della sua ragion d’essere.
Ma porcocazzo! Io non sono un paranoide convinto che all’editore Sergio Bonelli possa importare quello che penso di politica editoriale, né che Lui, l’autore unico e unico editore, sappia o sia tenuto a sapere lontanamente chi cazzo è questo Boris Battaglia: un insignificante logorroico rompicoglioni.
So benissimo di non essere nessuno, né di non contare niente.
Né niente voglio che si sappia di me.
Quindi. Non so come ripeterlo: delle attuali fortune o sfortune imprenditoriali della Bonelli non me frega un cazzo. Come non me ne frega niente del futuro di qualsiasi casa editrice.
Mi interessa solo il passato.
Mi interessa solo il predominio culturale e ideologico che il loro – della famiglia Bonelli- modo di fare fumetti ha acquistato in Italia. Mi interessa capire il come e il perché si è arrivati a questo diffusa e unica monolitica idea di fumetto nella considerazione che gli italiani hanno del fumetto. Divisa con l’idea di quell’altra famiglia, la Giussani.
Non cerco lavoro come consulente editoriale, non penso che questi editori debbano fare diversamente da come fanno - di sfuggita per Michele: è per questo che non sono un epigono di Luigi Bernardi e non dico le stesse cose che diceva lui quel tot di anni fa, sebbene l'essergli paragonato quasi mi lusinghi, quasi…
Semplicemente considero quello che fanno.
E che per il discorso che sto facendo, quello che fanno -anche se oggi lo fanno male e questo non mi riesce ogni volta di non sottolinearlo- è fondamentale.
Non sto muovendo critiche.
Sto elencando dati di fatto.
Se qualcuno si offende: redattore autore editore, sono solo cazzi suoi.
Non ci sono liste di accredito dalle quali escludermi. Non ci sono ricevimenti ai quali non invitarmi. Non ci sono spazi editoriali da precludermi. Non ci sono libri da riuscire a non farmi leggere, perché di solito non “spero” di poter leggere un libro – cioè non attendo invii dagli editori. Se voglio leggerli lo faccio. Cioè: vado in libreria e li compro o ce li prendo in prestito.
Ci siamo capiti una volta per tutte?
Possiamo chiudere qui la questione?
Posso continuare?
Tanto lo faccio lo stesso. Che cazzo vi credete voi.

 

borisbattaglia alle ore 22:37 | struttura e fumetti, prassi onanistica | commenti (11) | commenti (11) (popup) |
considerazioni sui commenti al post precedente
mercoledì, 03 settembre 2008

Carissimi,
ora, letti i vostri –di persone che stimo- commenti il dubbio è più forte. Ne vale la pena?
Perdere tempo a parlare di fumetti, intendo.
Paolo: che Scozzari sia un vecchio rancoroso convinto, nella sua fase senile che dura da vent’anni -e ci può anche stare: in fondo è sempre stato (come quel Pazienza della cui luce riflessa ha troppo goduto) un provinciale-, che il fumetto sia prima scrivere e dopo disegnare, di questa cosa di cui lui è convinto ce ne siamo fatti tutti una ragione da tempo e gli sorridiamo accondiscendenti... in fondo è un monumento a se stesso e se non si rende conto lui del guano di cui si ricopre...; sappiamo, noi quattro gatti, che è una cazzata e che libri teoricamente insulsi come l'arte bimba e  gli irripetibili e le frecce di ulceda può pubblicarli solo il più inutile degli editori italici.

Il problema è che di quella idea malata lì il più fervido alfiere lo è quello che passa per essere il più illuminato degli editori italiani di fumetti e che già dalla carta -perchè il supporto, nel fumetto, è importante quanto e più di tutto il resto... ma questo non vuol dire (spiegaglielo tu che ci eri in confidenza e che magari ti legge) che più usi una carta preziosa (avoriata) più ci fai un buon servizio al fumetto che ci pubblichi sopra- che usa dimostra di non capirci un cazzo, e di immagini e di narrazioni; e che Corona - il più grande autore italiano (lo dico senza tema di smentita) merita un trattamento editoriale migliore di quello di un marcelloiori qualsiasi.
Patrizia e Michele: non avete capito. A me l'originalità importa una sega. Del realismo d'accatto di cui i fumetti italiani strabordano non so cosa farmene. Delle necessità alimentari degli autori italiani e del loro dover dir sissignore a chi gli paga lo stipendio me ne frega ancor meno. Ognuno ha i padroni suoi. Questa non è una giustificazione. Dioporco!, Patrizia, smettetela di attribuirvi statuti speciali di artisticità e ammettete di essere impiegati sfruttati. Eleggete le vostre maestranze, associatevi per un contratto nazionale fumettisti e lottate per esso. Scioperate. Tutti. Finchè il Serra di turno non accetterà di pubblicarvi una collana sperimentale.

Sai che colpo, anche pubblicitario. Un mese senza fumetti bonelli in edicola per lo sciopero degli autori che lottano per illoro diritto alla libera espressione!

Faglielo presente a quelli che comandano, lì.

Poi.

Michele caro, a me non me ne frega un cazzo dell'interpretazione della realtà.  Anche perchè dal come interpretano la realtà Nizzi, Ambrosini o Enoch o Recchioni preferisco tenermene ben alla larga. Meglio se non lo fanno. Comunque. Il Tex di Bonelli quello vero, il Gianluigi, e di Galep era grande fumetto, perché, anche se quei due non avevano la minima velleità teorica, le loro storie poggiavano su un idea sintetica e non analogica. Cioè erano realtà.
Il fumetto è immagine sintetica. Realtà immanente. Oggi tex è la caricatura di se stesso, l'analogo dei tempi antichi e appaga solo lettori antichi. La Bonelli è un industria sterile, morta. Incapace di investire nel futuro. Pensa che portata avrebbe un fumetto italico -pensato per essere originale (in senso sintetico) e non plagio del tipo mangadisney- con le caratteristiche che fanno vivo il fumetto nipponico, quello che leggono i ragazzini.
I redattori bonelli e chi lavora per loro, Scozzari e chi oggi non ha vergogna di pubblicarlo, Igort e i suoi turiferari hanno ucciso questa realtà in favore della sua rappresentazione.

Ci sono barlumi e resistenze. Li ho indicati più volte.

La mia speranza è che un giorno diventino offensiva.
Questo o lo diciamo chiaramente e ripartiamo da zero, senza paura di non avere spazi e accrediti nei fastivalli del menga.

O  continuiamo così. Come fino adesso.

Io sono stufo.E non sto scherzando. .
Che il tempo non me lo regala nessuno.

Quindi vi mando tutti a cagare.
Sbaglio?

borisbattaglia alle ore 23:41 | struttura e fumetti | commenti (14) | commenti (14) (popup) |
La sindrome di Hoffmann
lunedì, 01 settembre 2008

Il 5 maggio del 1936, più o meno alle ore 16.00, il generale Badoglio, dopo quella che fu definita dall’enfasi del regime fascista: “la ferrea marcia della volontà” –ma che Angelo Del Boca, nella sua splendida ed esaurientissima storia del colonialismo italiano, ben ci descrive come la messa in scena di una carnevalata- entra trionfante in Addis Abeba.
Sta a bordo di un autoblindo e lo spettacolo che lo circonda è, come racconta nei suoi diari (vi consiglio l’ottima biografia scritta da Piero Pieri e Giorgio Rochat nel 1974, ristampata nel 2002 negli Oscar Mondatori), di una desolazione infinita. Nessun trionfalismo. Solo morte, distruzione, incendi.
Sulla prima pagina della Domenica del Corriere del 17 maggio di quello stesso anno viene pubblicata un’illustrazione di Achille Beltrame che ritrae Badoglio mentre entra trionfalmente a cavallo tra due ali di soldati nella capitale abissina. La città sullo sfondo sembra fatta di ordinate villette brianzole. C’è da rabbrividire.
Ovvio.
Per tutta la sua vita Achille Beltrame non lasciò, neppure per una breve vacanza, Milano. Non aveva mai visto quello che illustrava e non sapeva neppure lontanamente come fosse fatta Addis Abeba. Eppure Dino Buzzati aveva il coraggio di dire di lui che aveva procurato “una valanga di notizie e conoscenze a intere generazioni di italiani che altrimenti è probabile non ne avrebbero saputo nulla o quasi. Un maestro dell'arte grafica, quindi, ma anche un formidabile maestro di giornalismo”. Balle.
In quell’illustrazione pubblicata il 17 maggio, come in tutte le illustrazioni di Beltrame, c’è forse una notizia e un briciolo di conoscenza – la presa di Addis Abeba- ma non ci sono né verità né funzionalità costitutiva.
 
Quaranta anni prima, il primo marzo del 1896 la situazione era invertita: l’esercito abissino infliggeva a quello italiano, nei pressi di Adua, una sconfitta così cocente da far mettere da parte ogni velleità di espansione africana ai governanti italiani per più di trent’anni.
Non esistono documenti iconografici diretti – intendo fotografie- di quella battaglia. Le illustrazioni che nei giorni successivi furono pubblicate su riviste imbalsamate come Tribuna Illustrata e l’Illustrazione italiana vennero realizzate dai loro autori sulla scorta delle testimonianze di chi, italiano, aveva partecipato a quella battaglia.
Può anche darsi che in quelle immagini –governava Crispi non Mussolini- ci fosse un po’ di verità (io ne dubito), certo non c’era volontà costituitiva.
E’ un problema che quelli che in Italia usano le immagini per raccontare si trascinano dietro da allora.
Una cosa che, con onestà disarmante, Gianfranco Manfredi dichiara apertamente nel numero otto di Volto Nascosto (La strada per Adua): dove il pittore Aurelio Montaldo, inviato al fronte per realizzare disegni che permettano a Umberto I di conoscere la situazione in ogni dettaglio, invece non vede niente, si fa sottrarre gli strumenti del suo lavoro e muore ucciso, quasi senza nemmeno accorgersi dell’imboscata e di essere in una guerra reale.
Zero conoscenza. Zero verità. Questo è come un tempo l’illustrazione, oggi il fumetto italiano –quello che consideriamo il fumetto italiano: 96 tavole, sei vignette per tavola- : uno sforzo narrativo paralizzato nella sua sclerotica incapacità di veicolare verità.
Chiarisco subito.
Per lo meno. Cerco di farlo.La verita non c’entra un beneamato cazzo né con quella cosa indefinita e trascendente che i cattolici identificano compulsivamente con le proprie psicosi e fobie, né con quel realismo didascalico di cui gli italiani fanno da tempo immemore uso e abuso sconsiderato.
E’ la precisa corrispondenza, ma precisa non in senso attributivo, quanto – e sfottete pure- simulacrale, tra significante e significato. Il fumetto è, nelle sue forme più riuscite –tanto da poterne diventare definizione- , scrittura con immediata capacità di senso. Non c’è, quando funziona, nella scrittura fumetto alcuna relazione segnica. C’è solo senso. Verità, se volete, e forza leopardianamente costitutiva.
Quando questo non accade, come nella quasi totalità dei fumetti bonelli ed emuli vari, non è colpa del formato.
E’ colpa di chi quei fumetti li fa.
Vedo di spiegarmi.
Perdonatemi se la faccio un po’ lunga.
Ma.
La birreria è delle più sordide. Dai, un po’ di retorica: fumo, caldo, ubriaconi, cameriere procaci e birra, tanta birra. C’è un palco sul quale un’orchestrina improvvisata suona, in modo esecrabile, una overture di Gluck.
Nessuno vi presta attenzione. Tranne due uomini, amici e ubriachi.
Uno di due è entusiasta dell’esecuzione. Ne sottolinea i fraseggi agitando il boccale. L’altro è schifato. Orripilato dalla incompetenza dei musicisti. Chiede al suo amico entusiasta di giustificare tutto quell’incredibile entusiasmo.
E’ che mi sto commovendo – gli risponde – perché nonostante la pessima esecuzione sto rivivendo le armonie che ho immaginato quando l’ho scritta, la scrittura non conta un cazzo, non è che un abbozzo sommario di quelle armonie… quello che mi esalta è il ricordo della creazione.
Hoffmann, che è dei due personaggi quello disgustato dall’esecuzione, non può però, da buon romantico, che dirsi d’accordo, dal punto di vista emozionale con il suo amico; che è Gluck stesso. 
Questo è, più o meno, un racconto del protoromantico Hoffmann (il cavaliere Gluck raccolto ne Il vaso d'oro. Pezzi di fantasia alla maniera di Callot, 1995, Einaudi- evitate di leggerlo, vi risparmierete fatica e dolore), per il quale – da mediocre compositore quale fu- la musica è un’arte leggera e soave. Da mistico psicotico e quindi romantico per Hoffmann quello che conta è lo spirito, non la realtà della materia.
 
Un par di balle- dico- la scrittura è tutto. Senza scrittura le sequenze di enunciati, caro autore, che ti sbatacchiano nella testa non diventerebbero mai un testo. Quei musicisti con la loro incompetenza hanno cancellato la scrittura di Gluck, ne hanno distrutto la struttura logica, la continuità referenziale, la coerenza, l’informatività e la coesione.
Questo è, più o meno, il punto.
E' quello che fai tu quando scrivi fumetti. Li distruggi.
Voi professionisti del fumetto italiano – sceneggiatori, disegnatori, traduttori e pseudocritici-  vittime di quel pregiudizio romantico antiilluminista cheavete imparato a scuola e dalla lettura di Tex-dall’alto di qualche rara originale intuizione (niente più che un misero soggetto) confondete la grammatica dell’enunciato con la grammatica del testo.  
 
Per farvi capire meglio quello che voglio dire ho qui pronto un esempio interessante: di come all’interno del più rigido formato si possa fare fumetto e verità. Devo, già ve l’ho accennato qui, tirare in ballo Larcenet e la rocambolesca avventura di Van Gogh.
Sono uno stronzissimo snob pseudointellettuale, lo so.
Ma prima di sfidarmi a duello fatemi un favore. Prendete qualche lezione di scherma e soprattutto seguitemi fino in fondo. Potreste imparare qualcosa.
(a suivre).
borisbattaglia alle ore 22:25 | struttura e fumetti | commenti (4) | commenti (4) (popup) |
paradigmi e sintomi
sabato, 14 giugno 2008

L’altra sera.

Rientro a casa alla solita ora, dopo il lavoro schifo.

Leonida finisce quella che lui chiama la sua vacanza applicata – quella del centro estivo che distingue dalla vacanza pura: quella del viaggio fancazzista con la sua mamma me e Durruti- un’ora prima di me. Lo trovo sdraiato, in mezzo alla sala (con Avril Lavigne  a palla), tra una distesa disordinata di giornaletti. Sta leggendo. Ha svuotato il sacco dei fumetti da portare in montagna per accendere il camino.

-Li hai letti tutti?- gli chiedo.

-Si. Sai, questo Volto Nascosto è proprio forte… beh, questi no… (mi indica i numeri 7 e 8) questi proprio non mi interessano… questi invece (mi indica i numeri 6 e 9) sono proprio belli… raccontano una storia vera… vero?-

 

Direte.

Va bene. Hai cambiato idea su Volto Nascosto, te l’ha fatta cambiare tuo figlio, ma a noi che ce ne frega.

Cosa ve ne freghi non lo so. E vi assicuro: mi interessa solo se avete idee per integrare o smontare puntualmente e appropriatamente quanto vado dicendo. Non ho cambiato idea su Volto Nascosto. Considero Gianfranco Manfredi un bravo narratore, un buon autore di romanzi d’appendice, uno che conosce gli schemi e ci adatta le sue storie. Ma che di fumetto non sa niente e non lo sa fare.

In questo senso la sua è un’opera paradigmatica. Il traguardo di un discorso che comincia da lontano, dagli anni quaranta del secolo scorso. E’ per questo che dobbiamo partire da qui. Non è per nessun altro motivo che mi ostino a parlare dei prodotti Bonelli se non per il peso che l’idea veicolata da questo editore ha avuto sul concetto di fumetto che è andato formandosi in Italia, talmente pervasiva che persino in Hdemia, da Eco a Spinazzola, sembra non essercene altra.

Perdonatemi. Probabilmente neppure questa volta riusciremo, non dico a tornare al Capitano Haddock, ma neppure ad arrivare al libro di Larcenet (state tranquilli, non è Le Combat Ordinaire) da cui avremmo dovuto spiccare il volo.

Ma.

C’è bisogno di sgombrare il campo da ogni fraintendimento.

 

Io non ho mai detto che il fumetto è o debba essere arte. Questo è un pregiudizio che lascio a chi il fumetto lo fa secondo i paradigmi di cui dicevo prima (per fare un esempio: l’avete letta l’introduzione di Tito Faraci a quella raccolta di insensatezze che è Dizionoir del fumetto?). Ora. Perché si è formato questo pregiudizio? Per capirlo è fondamentale, e qui spiego a Bob Bazzecola la mia ossessione per questa cosa, definire se il fumetto in Italia fu originariamente popolare o borghese.

A mio avviso nacque borghese e a un certo punto, cioè nel momento in cui compare Ken Parker, si sviluppa questo pregiudizio. Mi spiego. Berardi nel momento che fa Ken Parker sa di stare cambiando le coordinate con cui il fumetto sarà considerato. Lui ragiona e scrive a fumetti, ma lo fa all’interno della struttura che Bonelli aveva sclerotizzato su Tex. Questo ibrido che non è più Tex ma non è neppure il fumetto popolare americano deve trovare un riconoscimento. E' una necessità borghese. Allora. Si tira in ballo la letteratura. Ma trasformando Ken Parker in una sovrastruttura letteraria si uccide l’esperimento dando il via ai deliri artisticoletterari di Berardi che passando per le pagine di Orient Express arriveranno alle costruzioni telefilmiche di Julia.

La cosa assume un aspetto esemplare con Dylan Dog. Sclavi è uno che ragiona e scrive a fumetti, ma che ha un complesso di inferiorità patologico nei confronti della letteratura. Così con la scusa del postmoderno si vuole convincere, facendo Dylan Dog, di fare almeno un palliativo dell’arte. Scrive anche romanzi (lo ha sempre fatto) che fanno cagare e che nessuno legge e per questo si deprime. Gli viene il blocco e passa la mano ad altri: che lo scrivano loro Dylan Dog. Questi altri – Chiaverotti prima e Medda e Barbato poi – riconducono Dylan nella gabbia strutturale del fumetto Bonelli.

Dicevo.

Volto Nascosto  è paradigmatico di questo.

Gianfranco Manfredi è uno scrittore. Prestato al fumetto. I numeri migliori della sua nuova fatica sono quelli dove si limita a raccontare, con tavole che ricordano la storia d'Italia a fumetti di Biagi, fatti storici (Macallè e Adua) . Quelli leggibili a fatica sono quelli in cui sviluppa la storia dei personaggi originali. Perché non è una storia pensata a fumetti.

C’è nel numero 8(la strada per Adua) un momento sintomatico e molto onesto.

Un pittore, certo Aurelio Montaldo, si sta recando, con lo stesso piroscafo del protagonista, in Etiopia per realizzare dei disegni del fronte che permettano a re Umberto di cogliere la natura della battaglia.

C’è una situazione simile, in un libro di Larcenet… occazzo!

Ci siamo arrivati.

Allora adesso basta.

Riprendiamo alla prossima

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