giorgia on my mind - cinque e fine
martedì, 08 dicembre 2009


“When I use a word” Humpty Dumpty said, in rather a scornful tone,”it means just what I choose it to mean, neither more nor less”. “The question is” said Alice”whether you can make words mean so many diferent things”. “The question is” said Humpty Dumpty “which is to be master – that’s all”.

Lewis Carrol - Through the Looking-Glass, and What Alice Found There

 
Allora.

Quello che è chiaro ai nostri migliori autori di fumetti, e – a costo di sembrarti esagerato e contraddittorio – annovero Spataro tra questi, è che quello che governa i rapporti sociali non è più il principio di realtà, quanto piuttosto il principio di simulazione. Lo straordinario privilegio del fumetto (che è tale dalle sue origini e che è la sua forza e la sua importanza) è quello di essere un sistema complesso solo apparentemente simile al linguaggio. Nel fumetto infatti il valore referenziale è sempre nullo rispetto al valore strutturale. Nel fumetto il significante è sempre sganciato dal peso del significato, addirittura è il significato; così il fumetto, per dirla con Octave Mannoni, sfugge alle costrizioni del linguaggio che tende sempre all’univocità. Il fumetto se ne fotte dell’univocità.

La Ministronza di Spataro la si può trovare volgare o noiosa solo se ci si fissa su una supposta univocità che il fumetto non ha; solo se ci si fissa sulla realtà che dovrebbe rappresentare (per quanto in modo satirico) e non sul suo discorso che è qui, perché è fumetto, tutto felicemente privo di referente, mai mimetico, tutto semiotico. Non c’è realtà in questo fumetto di Spataro che non sia la narrazione. E’ in questo modo che Spataro stigmatizza il potere e a suo modo lo deride. Il fascismo (è questa la grande vittoria berlusconiana) si è appropriato di questa tendenza postmoderna: la strategia contemporanea del potere (questo processo lo spiega benissimo Baudrillard nel secondo capitolo de Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, 1976) non è quella del controllo industriale del simulacro (in questo campo è vittorioso già dalla seconda metà dell’800) bensì quello della sostituzione del reale con il simulacro: la riduzione del mondo a una struttura sadiana. A qualche stagione di un serial narrativo.

E’ cominciato tutto molto tempo fa. Nella seconda metà dell’800 Engels descriveva in una fondamentale ricerca sociologica sulla classe operaia inglese (La situazione della classe operaia in Inghilterra, Editori Riuniti, 1996), l’irrisolvibile lotta tra gli sfruttati e gli sfruttatori. Leggendo questo testo si ha l’imagine di una lacerazione totale, insuperabile. Nessuna conciliazione possibile: stanno di fronte addirittura due diverse razze umane, operai di fabbrica e capitalisti, tra i quali non può esserci pace sociale.

Come risolvere questo conflitto insanabile è l’impegno principale del potere. Ce lo racconta Herzen (Passato e pensieri, Einaudi, 1996) come finisce la storia. Con una soluzione geniale e tra le più socialmente devastanti: l’invenzione della classe media a fare da cuscinetto. Signori ecco a voi la borghesia!

L’utopia di un mondo migliore fatto di eguali viene lentamente sostituita dall’utopia della mediocrità , romanzetto d’appendice dopo romanzetto d’appendice; perché questo quieto paradiso della classe media, pietra tombale di tutte le rivoluzioni, ha bisogno di storie per strutturarsi e durare. La mediocrità per non implodere deve essere continuamente alimentata con simulacri di vita, simulacri trasmissibili, trascrivibili, storie cioè; e soprattutto – visto che ci siamo- che siano vendibili.

Tiè, eccoti servita pure l’industria culturale.

Lo so, ho letto Foucault, che il potere non è un ente assoluto onnisciente e onnipresente, quanto piuttosto una pluralità di relazioni innestate su apparati disciplinari. Ecco L’apparato della comunicazione fu l’apparato disciplinare necessario alla gestione della classe media. Solo che oggi quell’apparato da pilastro del potere è diventato potere vero e proprio. E’ diventato realtà. La cultura di massa si è fatta ideologia, innestata su apparati disciplinari gestiti dai prosseneti dell’editoria, dell’accademia, del cinema e di tutto il cazzo di resto.

La Giorgia Mecojoni di Spataro non è la caricatura malriuscita di un personaggio reale. E’ il simbolo di tutti quei sottosadici che mantengono e difendono le ragioni della comunicazione, del potere cioè: i tanti ministri del re che prima scrivono e poi disegnano. Colpevoli quanto e più del re.

Per questo, dicevo, trovo intollerabile non percepire nei comportamenti e nelle opere di tutti questi “ministronzi” quel disagio che dovrebbe nascere da una tale nefasta responsabilità.  

borisbattaglia alle ore 22:47 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (2) | commenti (2) (popup) |
giorgia on my mind - quattro
martedì, 01 dicembre 2009

A seguito di una visione superficiale del Salò di Pasolini si può anche credere che per il regista il fascismo non fosse altro che una perversione sessuale. Violenza, sodomia e coprofagia. E’ ovvio che non è così. Ora. Quando dicevo che Spataro ha un’idea storiografica molto semplificata del fascismo pensavo a questo. Non è un caso che un’interpretazione così banale la metta in bocca –in modo, a mio avviso, troppo didascalico- proprio a un fascista.


Il tema centrale del film è la critica alla natura reazionaria delle architetture narrative borghesi (a tutta la cultura borghese), strettamente legata, questa natura, a quella della struttura sociale borghese, di cui il fascismo mussoliniano fu un epifenomeno e di cui epifenomeno (intendo epifenomeno non in senso filosofico, bensì in senso medico quale sintomo di più grave malattia) è, oggi, il fascismo berlusconiano.

I libertini riuniti a Silling, nell’opera sadiana come in quella pasoliniana, formano una società perfetta e completa; dotata – come ci spiega Barthes (in Sade I, in Sade, Fourier, Loyola, Einaudi, 1977)- di un’economia, di una morale, di una lingua, di tutto ciò insomma che forma un sistema sociale. Cattolico quasi quello sadiano (ben lo aveva capito Bunuel: te lo ricordi no, come si chiude l'Age d'Or con Gesù, criminale sadiano, che esce dal castello di Silling), perfettamente borghese quello pasoliniano. Comunque: un sistema gerarchico assoluto, dominato da una grande idea di rigore e di ordine. Non bisogna confondere mai l’eccesso dei personaggi sadiani con il disordine. Tutto negli eccessi sadiani è teologicamente codificato e regolamentato. Lo strumento che codifica e regola il sistema, come nelle grandi religioni monoteiste e nelle grandi democrazie liberali, è la narrazione.

Infatti la scala gerarchica del Salò/120 Giornate vede al vertice i grandi libertini, ma subito al secondo posto i quadri burocratico-amministrativi, coloro che mantengono la struttura gerarchica: le narratrici e le ruffiane (Duclos, Champville, Martaine e Desgranges). Poi gli inservienti e, al fondo della scala sociale, i soggetti della sopraffazione. Storie e puttane, cioè balle e corrotti, in fondo, sono il nucleo della struttura di potere  della borghesia che si riconosce nel nostro amato presdelcons. Come Pasolini sostiene nel film e come scriveva ripetutamente – lo so che non hai voglia di leggerti tutto Empirismo eretico, leggiti almeno, per capire, Il vero Fascismo e quindi il vero Antifascismo, in Scritti Corsari, pp. 45 e seguenti – la cultura, anche quella cultura lì, produce codici. I codici producono comportamento. Il comportamento è un linguaggio. Il sistema borghese serializza il linguaggio in narrazioni convenzionali. Una volta che il linguaggio viene convenzionalizzato e stilizzato i mezzi di comunicazioni del Libertino Maximo hanno facile agio a controllarlo. Di conseguenza a controllare il comportamento. A suo tempo, Georgy Lukacs ci aveva fatto notare - non ti offendi vero se ti consiglio due letture? Cultura e potere, Ed. Riuniti, 1970 e La dissoluzione della ragione, Einaudi, 1974, entrambe fuori catalogo, cerca in biblioteca- come l’aspetto più serio di questa conseguenza , in qualsiasi forma si evolva, non può che portare a una concezione fascista del mondo.

Se Spataro non ha una corretta concezione del fascismo storico (quello storicamente inveratosi dal 1922 al 1943) ce l’ha però precisa e corretta di questo nuovo fascismo semiologico. E ci mostra, con la Ministronza, come la crisi del pensiero idealista borghese passi per la banalizzazione narrativa per approdare a una nuova forma di fascismo.

(continua)
 
borisbattaglia alle ore 23:07 | teoria di lettura dei fumetti | commenti | commenti (popup) |
giorgia on my mind - tre
giovedì, 26 novembre 2009
I travet della cultura italiana, e massimamente quelli che si occupano di fumetti, sono tutti imbevuti di idealismo. Chi crociano, chi gentiliano, chi togliattiano. Ma nessuno ne è esente. E c’è una ragione profonda. Nel paese dove il Papa è Re l’idealismo non può che essere il metodo ermeneutico dominante. Adesso tieniti forte, che mi scappa una di quelle citazioni colte spesso a sproposito, ma lo diceva Feuerbach che “chi non rinuncia alla filosofia di Hegel non rinuncia anche alla teologia, perché la sua dottrina sulla natura (la realtà trae la sua origine dalla materia) non è che un’espressione razionale della dottrina teologica, secondo cui la natura è stata creata da dio”. Come dargli torto ai nostri travet, quindi. Se la storia –intesa sia come processo temporale che come processo narrativo- è determinata dalle idee, gli viene così comodo, servita su un piatto d’argento ad essere hegeliani, astrarne quell’IDEA di cui la storia stessa sarebbe rappresentazione.
In un amen tirano fuori e storia e giudizio estetico e giudizio etico.
Sì, hai ragione. Questa come citazione è decisamente più piana. Non so se a sproposito oppure no. Comunque è Marx. E poi ha anche qualche controindicazione questa cosa, sai? Cioè. Puoi correre il rischio, se non sei particolarmente furbo, di trovarti a definire l’aspetto trascendentale persino del tuo scopino da cesso. Comunque loro, i travet, non si spaventano mica per questo.
Vabbè, dai. Torniamo alla questione di partenza.
Non lo so se Alessio Spataro sia o meno conscio di questo idealismo strisciante che ammorba il mondo del fumetto; e volesse dimostrare, quando ha realizzato le storielle della Ministronza, che si può trasformare un vizio in virtù. Quello che conosco è il risultato.
Ti spiego. Ho già detto, nei post precedenti e nel seguito di commenti che hanno avuto, di come Spataro sia incapace di stratificare semioticamente i suoi personaggi, i quali restano sempre al livello di idee senza assumere consistenza di caratteri (intendo: spessore drammatico). Ho già detto di come questo sia un limite quando incontra le istanze di una narrazione complessa come voleva essere Zona del Silenzio, e di come diventi invece una forza quando da vita a un personaggio come la Ministronza. Perché venendo a mancare quel necessario intreccio di forme e segni che stratificandosi secondo un modello di espansione – come ci insegna la semiotica strutturale- da un livello precedente a livelli superiori/articolati genera (greimasianamente) nuovo senso, quella che prende vita non è una caricatura priva di referenza reale, bensì l’autodeterminazione di un’idea. Quella che Spataro ha del fascismo. Un’idea storiograficamente semplicistica e sbagliata, anche, ma assolutamente funzionale.
(continua)
borisbattaglia alle ore 15:17 | teoria di lettura dei fumetti | commenti | commenti (popup) |
Evasioni
lunedì, 23 novembre 2009


Assolutamente. Il novello 2009 della Cantina della Casa Circondariale di Velletri. Lo chiamano il Fuggiasco. Bevilo.

Poi ti consiglio questo pezzo sulla Ministronza di Spataro. Se già non l'hai fatto leggilo. Mi sembra alquanto interessante.

A presto.
borisbattaglia alle ore 22:47 | etilismo scientifico, teoria di lettura dei fumetti | commenti (4) | commenti (4) (popup) |
giorgia on my mind - due
mercoledì, 18 novembre 2009


Definendo Zona del Silenzio un “magnifico libro” Lipperini svela tutto il proprio platonismo di risulta mischiato a quell’idealismo concreto (definizione, mi sembra, crociana) che è stato e, purtroppo continua a essere– a mio parere- l’immobilizzante vizio della cultura italiana. Se il BELLO non è altro che la rappresentazione sensibile dell’IDEA, allora ciò che rappresenta il GIUSTO è necessariamente BELLO. Ne consegue che il libro di Spataro dedicato al caso Aldrovandi, affrontando una questione civile quindi giusta, è naturalmente bello.

Invece.

Nonostante il tema che tratta, Zona del Silenzio è un libro zoppo; sicuramente non è magnifico. Il soggetto di Cecchino Antonini scivola via da ogni parte a causa del suo autocompiaciuto autobiografismo senza riuscire mai a diventare discorso universale; cosa che la sceneggiatura di Spataro non riesce mai a contenere. Anzi, a tratti aggrava.

Un pesante didascalismo poi neutralizza l’impegno.

E qui sono d’accordo con Spari – non ti preoccupare, comunque, te lo dico tra poco dove avresti torto-. Ma non è solo un problema di Spataro, quanto di tutti gli autori di fumetti. Non hanno interlocutori durante la realizzazione dei loro lavori.

Come in questo libro viene realizzata la zoomorfizzazione dei personaggi ne è un chiaro esempio. Non c’è stratificazione alcuna; magari ci fossero stratificate lezioni, chessò, da Crumb! O anche solo da Spiegelman!; anzi è schiacciata sull’immaginario dei moralisti –leggi preti e letterati- occidentali, tanto da essere quasi reazionaria.

Ecco. Ha torto Spari quando sostiene che Spataro crea i suoi personaggi stratificando immagini e caratteri precedenti. Non lo fa proprio. I suoi personaggi sono topoi caratteriali assolutamente lineari. Maschere. Se questo in un'opera ambiziosa come Zona del Silenzio è il più grande limite, non lo è per quelle che vi piace definire le sue opere satiriche. Il Papanazingher, la Ministronza, il Berluscoiti funzionano proprio per questo. E funzionano bene.

Adesso magari, con particolare attenzione alla Giorgia che tanto scandalo ha sollevato, vediamo anche perché. Ti avviso. E’ solo una scusa per finire a parlare di quella mancanza di senso di disagio della tribù dei fumettari di cui ti dicevo prima.

(continua)
borisbattaglia alle ore 22:15 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (12) | commenti (12) (popup) |
giorgia on my mind - uno
martedì, 17 novembre 2009



Non mi andava proprio di tornare a parlare di fumetti. Una delle cose che più mi irrita delle schiere di fumettari, editori, critici e operatori ed esperti vari è l’assoluta assenza in loro di un necessario senso di disagio.
Che cazzo voglio dire lo capirai se avrai voglia di seguirmi. Sta di fatto che quest’assenza, questo vuoto, mi irritano al punto da farmi tenere il più lontano possibile dal loro mondo stiticamente autoreferenziale.
Invece.
Ci torno a parlare di fumetti. E ci torno perché non riesco a capacitarmi delle sciocchezze dette e scritte attorno al libro che Alessio Spataro ha realizzato raccogliendo le storie che aveva dedicato, in apposito blog, alla Ministronza.
Non ti prometto niente. Mi conosci. Come sempre non sarò breve e non so se andrò a parare veramente da qualche parte e nemmeno se concluderò il discorso.
Cominciamo da qui: è venerdì 23 ottobre. Qualcosa dopo le nove di sera. Nei locali del circolo Bitte si tiene la terza serata del festival Streep. Sul palco parlano Gipi e Alessandro Robecchi. Attori consumati. Fastidiosamente egotisti nel loro parlare di se; noiosi fino, appunto, all’autoreferenzialità. Resti inteso. L’egotismo di Gipi raggiunge comunque (pur essendo sempre le stesse le cose che dice) livelli universali, perché –in fondo- è un grande autore. Ascoltare Robecchi invece è stato umiliante. Un concentrato di ingiustificata presupposizione così borghese e perbenista che a stento riusciva a celare il disprezzo per quella roba lì, quella che è meglio essere illustratori perché se no è troppo poco, quella roba che a un certo punto Gipi gli fa notare – visto che lui, Robecchi, nemmeno riusciva a nominarla-  si chiamano fumetti.
Ecco.
Lo stesso atteggiamento che trovi, se non hai paura di crollare addormentato per la noia a star lì a leggere, nel salotto buono, quello dove passano fior di letterati, di Lipperini. Banalità e disprezzo moralista camuffato da sentimenti progressisti. Ora la cosa mi lascerebbe anche indifferente se non fosse che l’ipocrisia di questa consorteria di moralisti d’accatto arriva al punto di voler spacciare la loro paranoide ed economica –quanto quella dei cattolici integralisti-  visione etica per valore estetico.
A un certo punto, Lipperini si chiede come possa un autore così sensibile da realizzare un libro bello (un magnifico libro!, lo definisce) come Zona del Silenzio, fare poi una cosa brutta e volgare come la Ministronza. Quando è vero esattamente l’opposto. Zona del silenzio non è un magnifico libro, non è neppure un buon libro. E' un libro sbagliato, non direi brutto, ma sicuramente mancato. Ministronza è invece, contrariamente a quanto pensa il mio amico Spari, che di solito ci azzecca, un libro bello e utile.
 
(continua)
borisbattaglia alle ore 22:21 | teoria di lettura dei fumetti | commenti (7) | commenti (7) (popup) |