la promessa del regno - da meno uno a uno
martedì, 24 marzo 2009






“come posso diventare re, se il re è ancora al suo posto…”

Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen) in Eastern Promises

Meno uno.
Ho visto Watchmen. Il film.
Di Zack Snyder.
E’ un gran bel film. Come gran bei film erano i suoi due precedenti.
Ho letto anche un sacco di cazzate sul suo rapporto con il fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons.
Tutte le volte la stessa solfa.
Che palle. Questa storia del rapporto tra cinema e fumetto. Una cosa stitica inventata da qualche accademico in crisi d’idee per le sue pubblicazioni e poi, come tutte le stronzate, veicolata da qualche vellutato gazzettiere e entrata nel comune sentire.

Zero.
C'è quindi il bisogno di tirare lo sciacquone.  Parto da lontano. E non sarò breve. E non parlerò molto di fumetti. In certo qual modo, se hai voglia di ascoltarmi, cazzi tuoi. Tanto lo sai. Io te la racconto lo stesso.

Uno.
Nei racconti biblici (e i libri cosidetti “narrativi” – cioè Giosuè, Giudici, Samuele uno e due, i Re uno e due- sono effettivamente i miei preferiti) il sacrificio cruento è fondamentale mezzo di comunicazione. Necessario non solo per la comunicazione tra dio e il suo popolo, ma soprattutto tra tutti gli appartenenti a quel popolo.
I sacrifici, ci insegnano poi i libri apodittici (il Deuteronomio su tutti), sono di tre tipi:
-l’olocausto, in cui la vittima viene sgozzata e bruciata su un qualche altare a tutto beneficio della divinità;
-il sacrificio di comunione, in cui la vittima sgozzata è fatta a pezzi e condivisa tra tutta la comunità in un banchetto;
-il sacrificio espiatorio in cui la vittima resta ad uso dei sacerdoti.

L’altra sera cercavo tra i miei scaffali troppo ingombri qualche libro da lasciare in giro (ho bisogno di fare posto- per quieto vivere familiare quando le librerie minacciano di crollare – già successo- devo provvedere alla sicurezza di tutti) e mi capita tra le mani un libro di Kyle Baker.
King David.
Come sempre interrompo quello che stavo facendo e mi metto a rileggerlo. Non è per caso che mi torna alla mente un bel pezzo di Davide Malesi sull’ultimo film di Cronenberg, che mi aveva lasciato delle perplessità (il pezzo di Malesi ovvio, non il film di Cronenberg).
Allora mi rivedo il film. Eastern promises.
E capisco dove il conto non mi torna.

(1.continua, e a lungo)
borisbattaglia alle ore 22:25 | teoria di lettura dei fumetti, interpretazioni libertarie, vera storia del fumetto | commenti (6) | commenti (6) (popup) |
basta che non mi racconti una storia
mercoledì, 11 marzo 2009

Circa tre novembri fa sul numero 11 di inguinemah!gazine compariva questo mio pezzo. Lo ripropongo perchè mi sembra che sia un perfetto riassunto di quanto penso e so sul fumetto, nonchè preciso punto di partenza per i prossimi discorsi.

-Al suo posto venderei!
-Mai! 
Comincia più o meno con questo dialogo, tra il muratore che fa la manutenzione dei suoi muri e Arthur Mème, che solo lungo quei muri può vivere, una delle opere fondamentali del fumetto: Ici mème, di Forest e Tardi. A mio avviso la più lucida lucida riflessione sulla natura  del fumetto.
 In tutta franchezza a me dei fumetti non me ne importa quasi nulla. Nella mia quotidiana lotta per strapparmi uno straccio di libertà contano punto niente.
Dice: e allora perché ne parli in continuazione?
Ma proprio per questo, carissimo: perché posso permettermi nel parlarne la più totale libertà, e soddisfarne così il mio piccolo bisogno. Poi ovviamente perché, pur essendo il fumetto tra i sintomi più commerciali di un mondo sbagliato, c’è comunque nella sua struttura il potenziale più feroce per scalfire di qualche piccola crepa quello stesso mondo che si regge sulla narrazione e sul mercato. Piccole crepe dove alla rituale manfrina che si devono fare, sempre e comunque, i conti con il mercato (vendere!), qualcuno risponde: mai!
Naturalmente alla fine questo qualcuno sarà sconfitto, e c’è nella sua sconfitta tutto il sapore di una tristissima resa; ma intanto il seme è gettato e le erbe che cresceranno tra quelle crepe potranno, se ne avremo cura, con le loro radici allargarle sempre di più le crepe, fino… magari… a sgretolarli quei muri.
Vediamo un po’.
Ci raccontano gli storici, quasi a conferirle una giustificazione d’ineluttabilità, che l’economia monetaria deriva direttamente dalla primitiva economia del baratto. La natura del mercato sarebbe quindi connaturata a quella dell’uomo e strade alternative al capitalismo non ci sarebbero. Per poter spacciare come vera una tale falsa generalizzazione a proposito della natura umana, si è usata un’arma assolutamente vincente: la grande narrazione.
La narrazione è un potente narcotico sociale: per fare dormire i bambini non gli si racconta una storia? Tanti bravi lettori borghesi non leggono proprio prima di dormire? La narrazione che è mimesi rigorosamente gerarchizzata nella formula autore-editore-distributore-libreria-lettore sembra fatta apposta per riflettere la realtà della nostra vita controllata dal (super)mercato. Se la narrazione è mimesi, cioè specchio del reale, allora quello che racconta non può essere che il mondo com’è: quindi meglio farcene una ragione e spingere sorridenti il nostro carrello della spesa.
Vero niente.
Marcel Mauss sosteneva – in quel bellissimo saggio di etnografia militante che è Saggio sul dono, del 1925 (lo trovate recentemente ristampato nella PBE Einaudi) - che un’economia basata sul baratto non è mai esistita, che un’alternativa all’economia monetaria è stata sempre possibile e in vari momenti praticata: quella del dono. 
Torniamo per un attimo al fumetto.
Tra gli anni settanta del milleottocento e gli anni trenta del secolo successivo si consuma l’ultima grande offensiva dell’Utopia contro l’economia monetaria. La Comune di Parigi, la rivoluzione spagnola del 1873, la banda del Matese, gli scioperi di Chicago, la makhnovcina, la repubblica dei consigli di Monaco, l’impressionismo, la Comune di Budapest, Kronstadt, il surrealismo, l’insurrezione dei peones della Patagonia, il dadaismo, la rivoluzione Catalana.
Sapete tutti come finisce. Ogni alternativa al mercato sconfitta dai suoi occhiuti e armati custodi: il fascio-capitalismo e il comunismo. L’utopia spenta nel sangue e nella narcosi del feuilleton e nel realismo socialista.
E’ più o meno in questi anni che il fumetto assume la forma che gli conosciamo. Da subito, ovviamente, fa i conti con il mondo come lo vogliono i vincitori: quello dell’ordine borghese e di un mercato sterminato. Possiamo dire che li fa bene i suoi conti; e che si inserisce senza eccessivi traumi nell’organizzazione editoriale che questa realtà comporta. In due modi diversi: borghese e pedagogico (Christophe, Hodgson, Mussino) in Europa, sui periodici destinati all’infanzia; popolare e seducente in America (Outcault, Dirks, Opper) sui grandi quotidiani. In Europa l’intento pedagogico si trasformerà nella soporifera e innocua gabbia dell’avventura e delle interminabili saghe rompicoglioni come XIII. L’unica preoccupazione, invece, per i proprietari dei grandi quotidiani americani è vendere sempre più copie, il fumetto serve a colpire e acquistare “lettori” seducendo il grandissimo popolo degli analfabeti. In quest’ottica agli autori di fumetti viene concessa massima libertà espressiva. Ma se la libertà è troppa anche il fumetto da strumento normalizzante può diventare destabilizzante. Così si rese necessario il giro di vite e il Comics Code. La libertà allora si rifugia sottoterra. Un po’ come ad Arthur Mème restano solo le mura del paese chiuso, mentre sui campi e sulle strade spadroneggiano i suoi cugini (quegli idioti in maschera che come tanti supereroi disoccupati lo assediano nella bellissima sequenza finale del libro).
Ma il mercato non sopporta la libertà; allora, come il Presidente fa restituire al signor Mème le sue terre per vincere le elezioni, mantenere il potere e normalizzare tutto, così per disarmare il fumetto Underground e normalizzarne gli autori, il mercato si inventa la Graphic Novel. Il colpo di grazia alla possibile utopia del fumetto glielo da Art Spiegelman, il Karl Marx del fumetto, il quale riesce –così ci dicono- a dire l’indicibile analizzando e riscrivendo il linguaggio del Capitale (quello di Disney: Topolino e Gambadilegno che ci raccontano la Shoah), il quale ringrazia e gli trova subito una collocazione merceologica: il romanzo grafico.
 
Come i teisti credono nel loro dio, così quelli che pensano e fanno e quelli che leggono fumetto, succubi – a questo punto – di quel dio più grande e più inesistente ancora che è il romanzo – sovrastruttura della classifica di vendita-, credono in una cosa che si autoperpetua stordendoci: la storia… la narrazione.
 
Se il fumetto ha parentele, non le ha né con il cinema né con la letteratura (storie storie e storie fino a sfondarci il cerebro e i coglioni con quella mitopoiesi da un tanto al chilo; non si illuda nessuno, il mito è reazionario… anche se lo coltivano i wuming rafforza il capitale)… certo il fumetto gioca con il tempo e le parole… ma non sempre… le ha queste parentele con la musica, con la pittura e con il teatro, perché come loro non è mitopoietico, è autopoietico.
 
Non mi sembra un caso che Forest e Tardi facciano ricevere in dono (come diceva Mauss l’alternativa all’economia monetaria) al Signor Mème una copia di Topolino, regalatagli da un bambino profugo dal paese chiuso; uuuh… è un dono strano, è il fumetto stesso che potrebbe farsi sovversivo e fermare l’ingranaggio perverso del potere economico – non so, pensate per un attimo a quello che M.S. Bastian fa a Topolino nello splendido Squeeze; ma allora un altro fumetto è veramente possibile! Non stavate scherzando.
Si può per davvero tornare indietro –alle origini- come consiglia Giulia (mai più a Tardi riuscirà di disegnare così bene l’utopia) e buttare in acqua il Topolino che lui si tiene stretto.
Certo si può ma mica è facile.
Mica tutti hanno la grandezza e il coraggio di Bastian. Sarebbe come chiedere a un Van Hamme qualsiasi di fare la rivoluzione.  Impossibile.
Forest e Tardi lo sanno: non si fa la rivoluzione con i fumetti. Al limite, se ti dice bene, ci metti insieme il pranzo con la cena.
Allora Arthur Mème uccide Giulia e butta in acqua lei invece del giornaletto di Topolino, poi va, con la sua barchetta verso i mari dell’avventura/narrazione, mentre la caricatura del cortomaltese droghiere riemerge dalle acque, con la sua chiatta stracarica di salsamenterie e di libri, perché il potere/mercato ha bisogno di storie per perpetuarsi.
Un finale che agghiaccia, che ci lascia senza speranza tra gli scaffali di un ipermercato, tra scatole di fagioli e graphic novel. Adesso ci raccontano storie, all’insegna della verosimiglianza forse, mai più della verità.
Eppure… ci sono quelle crepe. C’è sempre dentro quell’erbaccia. C’è sempre qualcuno, come Tardi, che si chiederà: “le roman ceci, les roman graphiques cela… et mon cul, il est graphique?”.
C’è sempre qualcuno che non vuole dormire, che al verosimile preferisce la verità, che non vuole gli si raccontino storie.
borisbattaglia alle ore 21:45 | vera storia del fumetto | commenti | commenti (popup) |
introduzione alla vera storia del fumetto (4)
martedì, 16 dicembre 2008

Non sono pazzo, nè strutturalista.

Il merito è di Giro Tondo.

Forse così si capisce meglio.

Però dovete ascoltarle tutte e cinque in sequenza.

borisbattaglia alle ore 20:56 | vera storia del fumetto | commenti (9) | commenti (9) (popup) |
introduzione alla vera storia del fumetto (3)
lunedì, 15 dicembre 2008
Se hai voglia e tempo da perdere sfogliati le bibliografie e gli indici dei nomi delle più attuali opere di neurobiologia. Franz Joseph Gall non ce lo troverai nemmeno di striscio. In effetti capisco che sia un po’ imbarazzante includere tra i propri padri fondatori un tipo bizzarro convinto che bastasse palpare la scatola cranica di un individuo per comprenderne personalità, inclinazioni morali e capacità intellettive.
Non partiva mica da un’idea balorda però, nel costruirsi questa convinzione. Gall infatti era fermamente convinto che il cervello fosse l’organo corrispondente alla mente (cosa che gli costò la scomunica dalla chiesa cattolica) e che fosse diviso in aree diverse ciascuna deputata a differenti facoltà; e che queste aree fossero situate nella zona superficiale del cervello, in modo che bastasse appunto toccarne la corteccia per capire un sacco di cose.
Oggi sappiamo che queste cose non stanno proprio così. Ma era un punto di partenza. Che permise a Gall di disegnare un sacco di bellissime mappe corticali.
Se fossi uno di quegli accademici che oggi se la smanettano con il fumetto prima del Novecento, mi guarderei e studierei bene bene queste mappe.
Ma.
Quello di veramente importante che ci arriva da queste mappe, e poi da tutta la moderna neurobiologia (leggetevi, non mi stancherò mai di dirvelo e se non lo fate cazzi vostri, quel bellissimo testo fondante della neuroestetica che è la visione dall’interno, di Semir Zeki per Bollati Boringhieri) è che quello che fa il cervello visivo –la nostra mente mentre guarda-“è di elaborare informazioni in perpetuo cambiamento allo scopo di estrarne il nucleo fondamentale, distillare dall’incessante avvicendarsi dei dati visivi il carattere essenziale degli oggetti e delle situazioni” (op. cit. p.27). Insomma: interpretare il tempo.
Il tempo nella mappa di Minard è ciò che non ci permette (come avverrebbe invece in ogni grafico statistico) di risparmiare sforzi e costi cognitivi. Anzi.
In una storia non è particolarmente importante chi fa cosa e dove lo fa, ma quando. Il momento in cui avviene l’azione segna il discrimine e interpretarlo ci costa fatica.
Ci deve costare fatica. 
Certo. Economisti e sociologi ci raccontano, tutti eccitati da una mal compresa teoria dei giochi (consiglio Ken Binmore, teoria dei giochi, codice edizioni, 2008), che il tempo è una differenza illusoria. Infatti non distinguono tra un grafico statistico e un' opera a fumetti. E ci portano esempi, anche ficcanti in altri campi, come le forme strategiche di una partita a scacchi o le strategie d’attesa messe in atto dalla Scathophaga Stercoraria maschio attorno a una bella cagata di mucca mentre aspetta la femmina per l’accoppiamento.
Non credetegli.
Il tempo, il modo della sua rappresentazione, è quello che fa la differenza. E’ quella cosa che rende la mappa di Minard una storia in continua evoluzione a seconda dello sguardo che ne reinterpreta l’asse del tempo, che fa di LMVDM un grande fumetto popolare e di Lilith un mediocre grafico statistico.
Proprio perché il tempo non esiste. La sua rappresentazione si.
 
(continua)
borisbattaglia alle ore 23:21 | vera storia del fumetto | commenti (9) | commenti (9) (popup) |
Introduzione alla vera storia del fumetto (due)
mercoledì, 10 dicembre 2008
Ascolto al massimo volume e in cuffia, mentre butto giù queste note, l’Overture 1812 di Tchaikovsky.
Non so voi.
Ma io devo la conoscenza di questa composizione ad Alan Moore.
 
Una nota: non sono un grande conoscitore di esecuzioni sinfoniche. Ho e ascolto con particolare diletto l’Overture 1812 eseguita dalla St. Petersburg Philarmonic Orchestra diretta da Vladimir Ashkenazy. Mi piace un casino perché si apre con vere salve di cannone tirate da una batteria d’artiglieria del distretto militare di quella che fu Leningrado.
 
Nel prologo del terzo libro di V for Vendetta, quello intitolato The land of do-as-you-please, V ne esegue la partitura mentre fa saltare per aria la Jordan Tower.
Quando, nel 1991, lessi questo assoluto capolavoro malamente stampato e tradotto sulle pagine di Corto Maltese, non prestai la minima attenzione alla cosa. Ero giovane allora, credevo all’importanza delle storie. Oggi so che quello che conta delle storie è chi le racconta e il come lo fa.
Già. Quella partitura Alan Moore non ce l’aveva mica messa lì a cazzo, magari solo perché gli piaceva tanto.
 
Il 14 dicembre 1812 quello che resta dell’armata napoleonica, in ritirata dal 19 ottobre, attraversa il confine tra la Russia e la Polonia.
E’ un fiume. Quel confine.
Il fiume Njemen. Oggi scorre in Bielorussia e in Lituania, prima di sfociare nel Mar Baltico.
A quell’epoca era il confine naturale tra il Granducato di Varsavia e l’impero Russo.
Ci erano voluti due giorni quello stesso 1812, il 23 e il 24 giugno, perché i 422.000 soldati della Grande Armée diretti a conquistare Mosca lo attraversassero.
Quelli che lo attraversano in senso inverso, quel giorno di dicembre, sono meno di diecimila.
 
Altra nota: un gran bel libro –storicamente impeccabile- che, attraverso diari ed epistolari dei soldati della Grande Armée, racconta la tragedia della campagna di Russia napoleonica è quello di Anka Muhlstein, Napoleone a Mosca, edito quest’anno da Bruno Mondatori. Fatevi un regalo e leggetelo.
 
Quando comincia a lavorare a quello che è considerato il suo capolavoro, quello che gli costerà qualcosa come sette anni di lavoro, Lev NikolaeviÄŤ Tolstoj ha 35 anni.
Non so voi.
Ma io non ho curricula accademici da difendere. Un romanzo che non sono mai riuscito a leggere : millanta e più noiosissime pagine in cui racconta l’epopea omerica – secondo lui- dell’invasione napoleonica. 
La pubblicazione a puntate sulla rivista Russkij Vestnik termina nel 1869.
Lo stesso anno in cui Charles Joseph Minard pubblica la sua Carte figurative des pertes successives en hommes de l'Armée Française dans la campagne de Russie 1812-1813.
L’idea di Minard è molto semplice. Raccontare in una sola immagine l’intero processo militare della sconfitta napoleonica in Russia. Con un solo sguardo l’osservatore segue lo spostamento della Grande Armèe fino a Mosca, ne vede le battaglie e i caduti; poi vede la ritirata, da Mosca a Berezina tutto con un solo sguardo. Può addirittura conoscere le temperature registrate durante quell’inverno.  Per fare tutto questo Minard inserisce sulle coordinate classiche dei cartografi (longitudine, latitudine, profondità e altezza: cioè lo spazio geografico) una coordinata nuova: il tempo.
So già cosa vorresti farmi notare: che non è diverso da qualsiasi grafico statistico ben fatto. Ti dirò, c’è pure chi ha considerato la mappa di Mainard il migliore mai realizzato di questi grafici statistici. In tutta onestà me ne sbatto. Anche perché non è così. Da un grafico si possono trarre, per nostra insipienza o per malafede dell’autore, inferenze scorrette. Dalla mappa di Mainard no.
Non hai mai sentito parlare di Franz Joseph Gall?
 
(continua, e tu -mio adorato lettore - continui con noi?)
borisbattaglia alle ore 23:00 | vera storia del fumetto | commenti (6) | commenti (6) (popup) |
Introduzione alla vera storia del fumetto (uno)
mercoledì, 03 dicembre 2008
Fosse solo per il mio piacere personale, giuro, di roba dozzinale (per quanto pittata con una certa furbizia che solletica gli epididimi) come la Lilith di Enoch me ne importerebbe sega. So, che sono cresciutello, dove trovare soddisfazioni consone al mio sviluppo cerebrale.
Invece.
Non è una cosa che riguarda solo l’amigdala sublenticolare e l’ipotalamo del mio cerebro. Riguarda il mio rapporto con il mondo.
Sono uno stronzo, è vero, ma non suppongo: so.
So che il mondo, quello che frequento, l’unico possibile, è pieno di gente interessante che però è incapace di vederne la ricchezza, del mondo… della materia (astenetevi, please, mistici e deisti, ma proprio nel senso di: andate affanculo!); che ha bisogno, questa gente interessante, di qualcuno in grado di imparargli a trattarla questa ricchezza. Le persone hanno bisogno (lo dice Feyerabend mica io) di essere protette da coloro che vogliono ridurle a copie fedeli del proprio squallore mentale.
Non mi sono consone false modestie. Io sono uno di quei qualcuno in grado di proteggervi. Ho fertilizzanti per il vostro indotto squallore mentale. Sono una specie di supereroe giardiniere senza mantello. Un super eroe che fa lezione con il concime (merda come i fumetti, insomma).
Se avete voglia di ascoltarle, la prima di queste lezioni comincia proprio da qui. Da un fumetto costruito per addomesticarvi allo squallore mentale di chi lo produce.
C’entrano il tempo e lo spazio: in quel sistema completo che i fisici chiamano cronotopo (fate attenzione da subito, non ho parlato di fisici a caso: lasciate perdere le fesserie metaforiche bachtiniane che ne vorrebbero fare un genere letterario –se vi va di perdere tempo leggetevi: Estetica del romanzo- e preoccupatevi invece, se volete avvicinarvi alla verità, del discorso delle scienze matematiche).  E c’entra Napoleone.
Vediamo se mi riesce di spiegarvi in che modo.
 
Che cos’è il fumetto, come tutte le domande ontologiche non può che spaventarci. Però dobbiamo ritenerla necessaria, perché è nel preciso momento che smetti di chiederti che cosa è qualche cosa che cominci a genufletterti a un qualsivoglia dio; oppure, che è anche peggio, a scrivere come un traduttore di Barbara Cartland.
In via Plinio c’è il laboratorio di una bravissima artigiana che fa corsetti. A me, solo a fermarmi davanti alla sua vetrina e a guardare il suo finissimo lavoro espostovi, mi viene il cazzo duro.
Nel 1914 Mary Jacobs, raccontano le leggende: cucendo assieme due fazzoletti, inventa il reggiseno. La praticità di questo indumento non ci mette molto a cancellare dall’uso quotidiano il corsetto. Resiste solo nell’erotico lusso della bottega artigiana di cui vi parlavo e nei miei sogni.
Vedete. Quelli che scrivono come Barbara Cartland (quelli che fanno fumetti come Ambrosini o Enoch) fanno reggiseni spacciandoli – con una retorica tutta pennellate ma poca struttura - per corsetti. I Corsetti, come il fumetti, sono ben altra cosa da quello che fanno Enoch e tutti i suoi colleghi in sedicesimo. Sono scomodi ma ti fanno venire il cazzo duro. I reggiseni vorrebbero raggiungere lo stesso risultato ma senza passare dalla scomodità. No. La facilità non è la semplicità ed è una scorciatoia da mercanti. Non da fumettari.
Sartre, che era uno che ci capiva eccome, diceva in quel fondamentale e poco letto saggio che è Che cos’è la letteratura (il Saggiatore, 1995) che bisogna distinguere tra scrittori e parlatori.
Ora noi dobbiamo imparare, leggendo fumetti, a distinguere tra fumettari e disegnatori. Il disegnatore dimostra, ordina, interpella, supplica, insulta, ma non diventa mai fumettaro. Anche quando disegna saghe lunghe nove anni, abusando di tutti i topoi e le metafore che Propp e Campbell ci hanno insegnato esistere, resta uno che disegna senza dire niente.
Perché, per quanto ne parli a vanvera in tutte le interviste e sul suo blogghe, non ha capito che il cronotopo non è, ribadiamolo: nonostante Bacthin (che comunque non credo abbia letto), una categoria letteraria, quanto una realtà fisica.
Eccoci a Napoleone.
 
Se mai dovessi scrivere quel libro che rimugino da anni sull’introduzione alla vera storia del fumetto, su una cosa non avrei dubbi: il primo vero fumetto fu pubblicato in Francia nel 1869. Si tratta di una mappa, una di quelle mappe un po’ strane che gli anglosassoni chiamano flowmap, e l’autore ne era un signore di nome Charles Joseph Minard.
 
Se non mollate, a breve vi spiego perché.
 
 
(continua, come la lotta)
borisbattaglia alle ore 23:27 | vera storia del fumetto | commenti (7) | commenti (7) (popup) |